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ONDE DI LIBERTA'

Viaggio (in modulazione di frequenza) tra le radio del Mali

Si chiamano radio comunitarie. Sono piccole emittenti gestite in modo collettivo che parlano di salute, agricoltura, economia familiare, ma anche di problemi politici e diritti delle donne. Sono voci diverse, briose, talvolta irriverenti. Da ascoltare con molta attenzione

«Sveglia amici ! Le strade sono già piene di gente e la corriera per il mercato partirà tra meno di un’ora. Non perdete altro tempo ! Il mondo sta correndo e voi rischiate di rimanere indietro».
Siamo a Kati, una cittadina del Mali situata a quindici chilometri dalla capitale Bamako. Qui ogni mattina, alle 6 in punto, la gente si sveglia con la voce squillante di Radio Belekan. Alle prime luci dell’alba, un fiume impetuoso di parole, scandite a tempo di musica, invade case in muratura e baracche di lamiere. Le onde sonore rimbalzano ad ogni angolo di strada, amplificate da una moltitudine impressionante di radioline. «I programmi di Belekan hanno sostituito le grida dei muezzin – spiega un giovane ascoltatore – La gente ha capito che è più bello svegliarsi con la radio».
Più bello ma anche più pericoloso: una mattina, l’ottobre scorso, i programmi sono iniziati con due ore di ritardo per colpa di un guasto al trasmettitore. «E’ stato un disastro – ricorda il ragazzo – l’intera città si è svegliata tardi: i negozi, le officine, persino gli uffici pubblici sono rimasti chiusi fino a metà mattinata. La nostra vita dipende da questa radio».
MICROFONI APERTI
     Sulle frequenze di Belekan si alternano rubriche dedicate ai temi della salute, del risparmio, dell’auto-imprenditorialità, dell’ecologia, della tutela dei consumi. L’informazione locale ricopre uno spazio centrale nel palinsesto. Non c’è nulla che accada a Kati e dintorni che non venga raccontato nei notiziari: qualsiasi fatto di cronaca, anche il più piccolo e stravagante, come l’incidente stradale tra un ciclista e una capra, viene riferito puntualmente e con minuzia di particolari.
«Il nome di Belekan è sinonimo di autorevolezza e di rigore professionale», dice la direttrice, Abi Diallo. «Il merito è dei nostri cronisti, una ventina tra stipendiati e volontari, tutti nati e cresciuti qui». Il legame con il territorio è la loro carta vincente: non possono permettersi di raccontare frottole o di bucare una notizia, ne va della loro credibilità personale.
     A due passi dalla sede di Belekan ci sono gli studi di un’altra emittente radiofonica nata da poco ma già molto gettonata: Radio Jigi (“Radio Speranza” nella lingua locale). Il suo stile pungente e combattivo – «Poco diplomatico ma mai volgare né offensivo», assicura uno speaker - ha conquistato i gusti di tanti giovani.
Ogni giorno in redazione arrivano le loro lettere: c’è chi racconta un suo problema, chi critica amministratori e politici, chi si lamenta per la mancanza di spazi ricreativi e culturali. «Ma alcuni non sanno scrivere, così si presentano di persona per prendere la parola al microfono», spiega il direttore Bubacar Traore, che aggiunge: «Gli ascoltatori fanno parte della nostra grande famiglia. Per loro organizziamo concerti, incontri culturali, concorsi di bellezza, dibattiti pubblici, manifestazioni sportive e corsi di ballo».
IL PRIMATO DEL MALI
     Belekan e Jigi non sono realtà isolate. In Mali esistono più di centoventi emittenti private, censite ufficialmente dal Ministero delle Comunicazioni, che fanno di questo Paese la patria indiscussa della radiofonia africana.
Le radio indipendenti hanno fatto la loro comparsa nel 1991 - l’anno della svolta democratica che ha messo fine ad una lunga dittatura militare - e nell’ultimo decennio, con la liberalizzazione dell’etere, si sono moltiplicate. Le loro antenne spuntano ovunque: sui palazzoni di Bamako, lungo le rive paludose del fiume Niger, attorno a un grappolo di capanne nella savana. Sono piccole emittenti locali. Trasmettono nel raggio di venti, cinquanta, massimo cento chilometri. Vengono chiamate “radio comunitarie", perché sono create dalla comunità, ovvero da gruppi informali di semplici cittadini. Si occupano di agricoltura, cultura tradizionale, economia familiare, ma anche di temi più delicati e spinosi quali i disagi giovanili, l’aids, i problemi politici e i diritti civili negati.
L’OMBRA DELLA CENSURA
     «Il nostro è un mestiere bello ma pericoloso – spiega il giornalista Siaka Traore – la libertà di espressione in questo paese può venire messa in discussione appena si toccano interessi e questioni ritenuti “intoccabili”».
Siaka lavora per il circuito radiofonico Kayra, un network di sei stazioni che trasmettono in ogni angolo del Paese. Sono radio di informazione molto ascoltate e molto apprezzate dalle gente. Ma le autorità non le amano affatto. Un anno fa tre giornalisti di Radio Kayra sono stati messi in prigione per aver criticato il governo. «Altri sei colleghi sono stati imprigionati la primavera scorsa – racconta Siaka – Solo per aver fatto ascoltare l’intervista ad un deputato, durante l’ultima campagna elettorale, mentre faceva promesse che poi non ha mantenuto».
La notizia del loro arresto è stata diffusa via radio e la reazione degli ascoltatori è stata energica: in centinaia si sono radunati attorno al commissariato per manifestare tutta la loro rabbia e chiedere la liberazione dei giornalisti. La polizia, temendo che la situazione potesse degenerare, è stata costretta a scarcerarli.
DONNE IN ONDA
     Chi fa comunicazione radiofonica in Mali sa di dover stare molto attento nel parlare al microfono, perché una sola parola sbagliata può costare cara.
Lo conferma Dauda Kulubali, direttore di Radio Fòko di Segou, che di recente ha avuto qualche problema con le frange più dure della comunità islamica. «Avevamo organizzato una serie di dibattiti incentrati sul ruolo della donna nella società e sulla problematica delle mutilazioni genitali femminili», racconta. «Ma alcuni non hanno apprezzato e ce lo hanno fatto capire chiaramente con intimidazioni e boicottaggi orchestrati dalla moschea».
I diritti delle donne sono è una questione scottante che infiamma il dibattito nell’opinione pubblica in Mali. «Rappresentano il principale terreno di scontro tra i musulmani moderati e i gruppi minoritari fondamentalisti», spiega Nenè Kule Tambadu, direttrice di Radio Bèndugu, un’emittente rurale che funziona a pennelli solari e trasmette dal villaggio di Bla. «Affrontare questo tema significa esporsi a minacce e ritorsioni, come è capitato a noi perché abbiamo osato criticare alcune pratiche tradizionali, come l’escissione del clitoride alle bambine, che offendono la dignità delle donne».
     Molti programmi di radio Bèndugu si rivolgono all’universo femminile: c’è un rubrica d’informazione sulle vaccinazioni dei figli, un’altra sulle questioni giuridiche legate al matrimonio.
E ogni giorno va in onda un servizio di consulenza per le donne incinte e le neomamme, realizzato in collaborazione con puericultrici e levatrici tradizionali. «Non è un caso se abbiamo tante
ascoltatrici – commenta madame Tambadu - Alcune di loro hanno deciso di diventare socie dell’associazione che detiene la proprietà dell’emittente. Così possono partecipare alle assemblee e discutere le scelte editoriali e la programmazione del palinsesto».
E’ grazie a radio libere come questa se molte donne del Mali hanno trovato il coraggio e la forza di uscire allo scoperto, scrollandosi da dosso l’ombra oppressiva di padri e mariti: oggi sono libere di studiare fino all’università e possono stipulare contratti, possedere beni materiali, vestirsi come desiderano, ricoprire posizioni importanti nel mondo del lavoro… Tutte conquiste ottenute in parlamento, ma richieste – a gran voce e per lungo tempo - dalle radio comunitarie.
LINGUE DIVERSE
     La radiofonia indipendente ha rivestito, e riveste tuttora, un ruolo centrale nella società maliana. Basta muovere lentamente la manopola di un ricevitore per convincersene: sulle frequenze di Radio Kolombada è in corso un vivace dibattito sull’aumento dei prezzi nei mercati, a Radio Bèlèdugu si parla delle difficoltà di convivenza tra le differenti etnie del Paese, a Radio Wassulu c’è una discussione sul problema dei genitori che mandano
i bambini a mendicare sulla strada, negli studi di Radio Dande un esperto sta spiegando come difendere i campi di miglio dalla minaccia delle locuste.
Solo Radio Betafo si concede un po’ di relax e trasmette un quiz: gli ascoltatori devono chiamare in diretta e parlare per cinque minuti consecutivi in lingua bambara; chi nomina anche solo un vocabolo francese viene eliminato. La battaglia per la riscoperta delle identità linguistiche è comune a molte radio comunitarie. Gli speaker usano solo le lingue del luogo, quegli idiomi tradizionali, differenti da zona a zona, che la burocratica radio statale si ostina ad ignorare (preferendo la lingua degli ex colonizzatori).
Radio Parana, creata nel 1995 dai Padri Bianchi vicino alla città di San, trasmette i suoi programmi in otto lingue diverse.
«E’ l’unico modo che abbiamo per farci ascoltare da tutte le etnie presenti nella zona: i contadini di etnia bambara, i commercianti bobo, i pastori peul… – spiega il direttore, Jean Albert Dambelé – I nostri giornalisti si recano nei villaggi e registrano racconti mitologici, canti tradizionali, vecchie leggende… Tutte quelle testimonianze preziose della cultura tradizionale, che senza la radio oggi rischierebbero di sparire».
PREZIOSI TRANSISTOR
     Specie in campagna, dove non esistono televisioni e computer, e dove manca persino l’elettricità, un piccolo transistor alimentato a pile, aiuta a rompere il senso di solitudine che avvolge chi vive in zone isolate. La gente passa le ore con le orecchie incollate alle radioline, perché vuole restare costantemente aggiornata su ciò che accade nel mondo. La notizia dell’11 settembre, per esempio, è arrivata in diretta anche nelle tende dei nomadi tuareg che vivono ai margini del deserto. «Abbiamo saputo della tragedia grazie a Radio Buctù, una piccola emittente che trasmette da Timbuctù – racconta Falilou, avvolto nel suo turbante impolverato – Nessuno di noi sapeva esattamente cosa fosse un grattacielo, ma abbiamo capito subito che era accaduto qualcosa di molto grave».
     Il bisogno di tenersi informati in Mali acquista i contorni di una vera e propria malattia sociale.
La gente qui è disposta a indebitarsi o a risparmiare sul cibo, pur di comprarsi una radiolina. Il ricevitore a transistor è un oggetto imprescindibile nella dotazione di un maliano “doc”. In genere viene acquistato con i soldi del primo stipendio ma c’è chi se lo fa regalare al matrimonio. Piccolo o grande, nuovo o ammaccato, lo si trova appeso al collo del proprietario o seminascosto nel taschino dei pantaloni, legato ad una bicicletta o saldato sulla carrozzeria di un motorino.
L’esemplare domestico, luccicante e costoso, fa bella mostra di sé sopra il mobile più prezioso della casa: viene spolverato in continuazione, avvolto in panni pregiati, ostentato agli ospiti con orgoglio e curato con devozione, come la reliquia di un santo.
«Abbiamo un’attenzione amorevole, talvolta morbosa, per le nostre radioline – confessa Issa, insegnante maliano - qualcosa di simile alla paranoica premura che molti uomini bianchi manifestano nei riguardi di un’automobile nuova».
QUESTIONE DI SOLDI
     L’emittente preferita da Issa si chiama Jèkafo ed è una radio comunitaria che trasmette dalla periferia di Bamako. La sede si trova al secondo piano di uno stabile diroccato, coi muri scrostati e i fili della corrente penzolanti. Gli studi sono illuminati con neon tremolanti, le finestre sono nascoste da pesanti tende piene di polvere. Sulla moquette slabbrata del pavimento corrono cavi aggrovigliati che finiscono in un piccolo mixer. Dall’altra parte del vetro due conduttori - un uomo e una donna dall’aria assonnata – stanno colloquiando in diretta con gli ascoltatori: tema della discussione è la capacità di resistere alle tentazioni del cibo durante il ramadan, il mese del digiuno dei musulmani.
«Per noi lavoratori della radio non c’è problema – commenta scherzando il tecnico che sta alla consolle, cuffie sulla testa – prendiamo uno stipendio da fame che non ci permette di avere molto da mangiare in casa».
     La fragilità economica è un problema che riguarda tutte le radio: i sostegni governativi alla radiofonia privata sono irrisori (non più di un milione di franchi all’anno, circa 1500 euro per emittente) e gli introiti pubblicitari sono insufficienti a coprire le spese. «Il guaio è che gli spot più redditizi, gli annunci funebri, sono per legge riservati alla radio di stato», si sfoga Natana Dambelé, direttrice di Radio Jèkafo. Le radio comunitarie possono trasmettere solo annunci di matrimonio e di “pubblica utilità” (i classici “vendo-cerco-scambio” degli ascoltatori). Al massimo, le réclame di qualche negoziante, nulla di più. «La pubblicità è nelle mani delle radio commerciali – si lamenta madame Dambelé – non è possibile andare avanti così». Negli ultimi cinque anni una decina di radio sono state costrette a chiudere i battenti per mancanza di soldi. E molte di quelle che resistono, riescono a sopravvivere solo grazie ai finanziamenti elargiti dalle organizzazioni non governative europee o dalle istituzioni internazionali.
PICCOLI ASCOLTATORI CRESCONO
     Altre si auto-finanziano con i contributi degli ascoltatori: decine, talvolta centinaia di donazioni di piccole somme di denaro che messe assieme diventano cifre importanti. Esemplare è il caso di Radio Wassulu: si trova nel sud del Paese, in piena campagna, una regione economicamente debole. Eppure i suoi ascoltatori ogni anno raccolgono più di 8 milioni di Cfa (circa 12mila euro) in sottoscrizioni volontarie, a sostegno della “loro” radio.
Anche Radio Kayes, all’estremità occidentale del Paese, una delle emittenti comunitarie più vecchie e popolari, funziona grazie alle generose offerte degli ascoltatori, a cui si aggiungono quelle inviate dall’Europa da molti immigrati. Radio Beguine invece ha puntato sul marketing con la “tessera ascoltatore”: è un cartoncino nominativo che costa cinque euro all’anno e dà diritto a sconti e promozioni in quasi tutti i negozi della città di Bandiagara. «Abbiamo già distribuito più di cinquecento tessere che ci hanno permesso di pagare la corrente, l’affitto e gli stipendi dei lavoratori», spiega il conduttore Togo Hana Tall.
     A Radio Beguine ogni giovedì sera c’è una trasmissione, “le jeudi de l’enfant”, fatta dai bambini delle scuole elementari: a turno preparano inchieste, reportage, interviste e non mancano di lamentarsi per la scarsa attenzione che gli adulti dimostrano nei riguardi della scuola. Hanno ragione.
In Mali solo quattro bambini su dieci studiano, gli altri vengono mandati dai genitori a lavorare nei campi o nei mercati. L’analfabetismo è un problema culturale ma anche economico: in alcune zone del Paese non ci sono scuole né insegnanti. Proprio in queste regioni povere, le radio comunitarie si rivelano un insostituibile mezzo di promozione sociale.
Può capitare, viaggiando in aperta savana, di vedere gruppi di bambini raccolti all’ombra di un grande albero, radunati attorno ad uno stereo che gracchia ad alto volume. Stanno studiando, grazie alla radio: imparano la storia, la matematica e la grammatica, con appositi programmi didattici che permettono di “fare scuola senza la scuola”. Bisogna sedersi assieme a questi bambini, mentre ascoltano in religioso silenzio e prendono appunti sui loro quaderni, per comprendere quanto ancora oggi, nell’era della TV satellitare e di Internet, il destino dell’Africa sia indissolubilmente legato alla vecchia e nobile radio.

La radio in valigia
Due lettori cd, un mixer, una batteria, un’antenna e un piccolo amplificatore che può trasmettere nel raggio di 20 km: il tutto dentro un baule di circa un metro cubo, che viene trasportato facilmente di villaggio in villaggio. Le chiamano “Radio Nomades” perché si spostano settimanalmente, e rappresentano l’ultima frontiera della radiofonia umanitaria. Sono il risultato di un progetto, voluto e finanziato dall’UNESCO, per far giungere l’informazione anche nelle zone più isolate e povere del Sahel.
 


Il re dell’etere ? Un italiano
Ha un nome italiano uno dei protagonisti della radiofonia indipendente dell’Africa occidentale: Giorgio Lolli. Sessantaquattro anni, metà dei quali trascorsi nel continente africano, Lolli è il titolare di una ditta - la Solaire - specializzata nell’installazione di stazioni radio. Vanta la realizzazione di oltre 160 emittenti in sei paesi, dal Mali alla Nigeria, dal Burkina Faso al Senegal. A Lomè, capitale del Togo, Lolli ha dato vita ad una scuola per tecnici-radio divisa in vari settori: montaggio di antenne, costruzione di tralicci, formazioni di animatori e giornalisti radiofonici. La frequenza è gratuita, completamente a carico della società.

 


Boom di radioline
Negli ultimi quindici anni la vendita di ricevitori radiofonici in Africa è aumentata del 700 per cento: lo dice l’ultimo Rapporto sulle comunicazioni redatto dalla Banca Mondiale. L’impennata della diffusione delle radioline è coincisa con importanti processi di democratizzazione, che negli anni Novanta del secolo scorso hanno messo fine a molte dittature africane, e con la liberalizzazione dell’etere, che ha permesso la nascita e di emittenti private.
 



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