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IL CUORE MITE DELL'ISLAM

Viaggio in Mali, un paese musulmano che cambia

Laicità dello Stato, libertà per le donne e dialogo interreligioso. In Mali l'Islam mostra un'anima mite e tollerante. Ma anche qui il fondamentalismo sta prendendo piede

La bancarella di Mamadu Traoré è la vetrina dell’islam africano: un osservatorio ideale per capire i segreti del successo di questa religione e sondare le pulsioni più profonde dei suoi seguaci.

Siamo nel cuore di Bamako, capitale del Mali, all’ombra del minareto che svetta sulla Grande Moschea. Qui il vecchio Mamadu srotola ogni mattina un tappeto sdrucito sul quale espone la sua mercanzia sacra: le edizioni rilegate del Corano, i poster fotografici della Mecca, le audiocassette con le prediche degli imam sunniti. E le immancabili coroncine dei rosari, formate da novantanove semi o sassolini, tanti quanti sono le virtù di Allah conosciute dall’uomo. Assieme ai copricapi di cotone bianco e ai tappeti per la preghiera, sono tutti prodotti che si trovano con facilità in qualunque Paese musulmano, dal Marocco al Pakistan, dall’Indonesia allo Yemen.
Ciò che rende particolare questa bancarella - e di riflesso l’Islam professato in Mali – sono i mucchi di conchiglie e ossicini che campeggiano tra gli oggetti del tradizionale corredo musulmano: si tratta di ingredienti destinati alla preparazione di talismani personalizzati e pozioni magiche contro il malocchio.
INDOVINI ALL'OMBRA DELLA MOSCHEA
     «C’est l’Afrique», spiega con un sorriso Mamadu.
«Qui siamo tutti buoni musulmani, preghiamo cinque volte al giorno, digiuniamo durante il mese sacro del Ramadan.
Ma non ce la sentiamo di rompere del tutto con il mondo dell’occulto: i sortilegi e gli spiriti invisibili sono cose che fanno parte di noi, scorrono dentro il nostro sangue». Ha ragione. La gente del Mali ha l’abitudine di affidarsi agli stregoni per proteggersi dal male e avere successo nel lavoro o in amore. In pochi si azzardano ad uscire di casa senza un gris-gris, un amuleto portafortuna.
Anche i fedeli musulmani più rigorosi finiscono per cedere alle tentazioni della magia: sgomitando tra la folla che riempie il mercato attorno alla Grande Mosquée si finisce per imbattersi nei tuguri degli indovini, angoli ombrosi dove è possibile conoscere il proprio futuro, assai frequentati da donne velate e insospettabili cittadini in giacca a cravatta.
Dietro l’esborso di una manciata di monete, i veggenti indagano sulla sorte dei clienti, cimentandosi in gesti e rituali che appartengono all'iconografia tradizionale: disegni sulla sabbia, lancio di pietre colorate, soffi e sputi, conditi da versetti del Corano e prostrazioni meditative per dare al tutto un tono trascendente e misterioso.
ISLAM NERO
     Islam e magia, religione e superstizione:
un intreccio che non dovrebbe stupire né scandalizzare (il mondo è pieno di cristiani che frequentano al contempo chiese e maghi), se non fosse per un particolare che particolare non è: a Bamako i chiromanti si spacciano per marabut, ossia guide spirituali, uomini di Dio a metà strada tra i santi e i profeti: un titolo che conferisce credibilità e infallibilità.
E’ proprio questo sincretismo tra la fede musulmana e la cultura tradizionale, impregnata di oscuri poteri soprannaturali, a rendere speciale l’islam professato in Mali.
Nelle madrasse, le scuole coraniche, gli studenti passano le mattinate a trascrivere i capitoli del Corano, parola per parola fino ad impararli a memoria, sotto lo sguardo vigile e severo dei maestri.
Ma questi stessi maestri si preoccupano che i loro allievi non manchino di partecipare ai riti propiziatori per il raccolto e alle cerimonie in onore degli spiriti degli antenati. «Un buon musulmano non deve rinunciare alle proprie radici spirituali», dice Djoubal Bolì, marabut in una scuola coranica di Bandiagara.
«L’islam in Mali è stato portato dai mercanti che commerciavano con l’Oriente attraverso il Sahara… Noi l’abbiamo accolto e “africanizzato”».
Una tesi condivisa da Amadou Hampaté Ba, celebre storico e scrittore maliano, che ha spiegato: “In Africa l’islam non ha più colore di quanto ne abbia l’acqua e questo spiega il suo successo: si colora delle tinte del territorio e delle pietre”.
UNA DEMOCRAZIA SOLIDA
     Questa capacità della dottrina coranica di adattarsi ai costumi
locali, mediando efficacemente con le tradizioni tribali, è una delle chiavi della sua affermazione nell’Africa nera. Di certo le anime più ortodosse e puritane del mondo musulmano avrebbero fatto fatica a imporsi in Mali. Basta guardarsi attorno per averne conferma. A dispetto della proibizione islamica dell’alcool, nei villaggi si beve birra di miglio.
Uomini e donne nudi si bagnano tranquillamente in vista, nel fiume Niger. I negozianti non si fanno scrupoli nell’esporre in vetrina la biancheria intima femminile.
E i cinema di Bamako ostentano locandine di film che a Teheran o Islamabad sarebbero bruciati senza esitazione. Pur essendo un Paese fortemente islamizzato - l’85% dei suoi abitanti professa la religione di Maometto - il Mali resta un Paese libero e aperto. I precetti coranici qui non vengono imposti per legge: lo stato si mantiene laico; stampa e società civile possono criticare apertamente le posizioni delle autorità islamiche; la Costituzione garantisce la libertà di praticare fedi diverse e di manifestare e diffondere il proprio credo, qualunque esso sia. E la democrazia è un valore condiviso che non viene messo in discussione da alcun potere teocratico. Non sono dettagli di poco conto.
DIALOGO CON LA CHIESA
     Tra i 47 paesi del mondo con popolazione a maggioranza musulmana, ve ne sono solo due che le Segreteria di Stato Usa ha classificato come pienamente "liberi": uno è il Mali (l'altro è il confinante Senegal).
Il giudizio positivo viene confermato dal Segretariato Internazionale dell’ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre), che afferma: “In Mali c’è tolleranza e libertà. Non vi sono ostacoli giuridici alla conversione da un religione a un’altra, le relazioni tra le diverse confessioni si mantengono sostanzialmente buone e i missionari sono liberi di operare”. Effettivamente le comunità di Padri Bianchi - gli unici missionari italiani presenti nel Paese – non hanno mai avuto problemi di convivenza coi musulmani.
«Ovunque mi è capitato di andare, ho trovato un clima di accoglienza e di rispetto», dice Padre Alberto Rovelli, missionario in Mali, prima tra i tuareg del deserto e oggi tra i dogon dell’altopiano.
In un Paese dove i cristiani rappresentano il 2% della popolazione e i cattolici battezzati sono appena 228mila su una popolazione di oltre 11 milioni di persone, la sfida del confronto con l’Islam diventa una necessità irrinunciabile. «Non dobbiamo stancarci di tessere la tela del dialogo coi fedeli di Allah: occorre tempo per conquistarsi la fiducia, il rispetto, la stima. Ma abbiamo la fortuna di vivere in un’oasi di pace e di libertà, dove la coabitazione tra cristiani e musulmani non è un tabù». Fino ad oggi, per lo meno.
QUALCOSA STA CAMBIANDO
     Il futuro potrebbe riservare spiacevoli sorprese: così, perlomeno, fanno temere alcuni segnali preoccupanti.
A cominciare dalla proliferazione nel Paese di moschee e centri culturali di matrice wahaabita, finanziati massicciamente da Kuwait e Arabia Saudita: luoghi di culto ma anche di propaganda utilizzati dagli imam più radicali e settari per diffondere le loro invettive contro gli “infedeli occidentali” e la loro “condotta immorale”.
«Non è un caso se la voce di questi dignitari religiosi si è fatta più forte dopo l’invasione militare americana dell’Afghanistan e dell’Iraq», commenta preoccupato un religioso che preferisce mantenere l’anonimato. «Il problema vero è che i sermoni dell’intolleranza fanno breccia soprattutto tra i giovani».
L’offensiva fondamentalista viene registrata anche dallo studioso Josef Stamer, responsabile del centro «Fede e Incontro» di Bamako, che recentemente ha redatto una dettagliata analisi del fenomeno,
pubblicata dalla rivista “Se Comprendre”: «Le correnti dell’Islam radicale fanno sentire la loro voce e avanzano precise rivendicazioni in campo politico: chiedono la separazione dei sessi nei luoghi pubblici, rivendicano il pieno riconoscimento governativo dell’educazione islamica, esigono che le leggi sulla famiglia siano ispirate ai dettami coranici, arrivano persino a mettere in discussione il principio stesso della laicità dello stato».
SEGNALI INQUIETANTI
     Il cambiamento in atto a livello sociale è evidente già dal modo di vestire della gente: nei villaggi si incontrano donne che hanno smesso di indossare i tipici veli leggeri e sgargianti,
caratteristici di queste assolate regioni del Sahel, per nascondersi sotto pesanti abiti neri che permettono appena di mostrare lo sguardo. E non è raro incontrare ragazzi che ostentano con fierezza le t-shirt di Osama Bin Laden.
«Sono novità inquietanti», commenta Danda Kulubali, direttore di Radio Foko di Segou, un’emittente indipendente e laica che di recente ha avuto qualche problema con le frange più dure della comunità islamica. Racconta mensieur Kulubali: «Avevamo organizzato una serie di dibattiti radiofonici incentrati sul ruolo della donna nella società e sulla questione delle mutilazioni genitali femminili. Ma i musulmani non hanno apprezzato e ce lo hanno fatto capire chiaramente con minacce e boicottaggi orchestrati dalla moschea».
I diritti delle donne sono da lungo tempo il principale terreno di scontro tra le minoranze fondamentaliste e le componenti maggioritarie, laiche e moderate, della società maliana.
Sin dal 1992, l’anno della svolta democratica del Mali che ha messo fine ad una lunga e sanguinosa dittatura militare, il parlamento ha ratificato leggi importanti per migliorare la condizione femminile.
Oggi le ragazze sono libere di studiare fino all’università, possono stipulare contratti, possedere beni materiali, ricoprire posizioni importanti nel mondo del lavoro. Ma c’è chi si oppone con decisione a queste libertà e tenta di introdurre, almeno a livello locale, norme oscurantiste che si ispirano alla legge islamica. «In alcuni villaggi le ragazze con più di 14 anni, musulmane e non, sono obbligate a sposarsi - spiega Ali Keità, un giovane di Mopti - altrimenti sono accusate di prostituzione e condannate pubblicamente dai dignitari religiosi. Ho un’amica che è stata costretta a scappare da casa per tornare a vivere». Sebbene gli episodi di intolleranza religiosa siano isolati, le sacche fondamentaliste stanno crescendo.
LA MINACCIA "ESTERNA"
     E poi c’è la minaccia alla stabilità che giunge dall’esterno: i villaggi vicini al confine col Niger sono setacciati periodicamente da reparti speciali dell’esercito, incaricati di sradicare possibili infiltrazioni di cellule islamiste eversive (in queste regioni la polizia sconsiglia di avventurarsi “per ragioni di sicurezza”). Anche a nord la situazione è delicata: secondo i servizi segreti francesi, la zona di frontiera con l’Algeria e la Mauritania ospiterebbe il gruppo terroristico dell’emiro salafita Mokhtar Belmokhtar, un trafficante d’armi di origine maghrebina, che sarebbe stato incaricato da al-Qaeda di reclutare nuovi adepti per la causa terroristica. Quel che è certo è che il messaggio di Bin Laden non è rimasto inascoltato in questa parte dell’Africa: in Nigeria - dove i tribunali islamici emettono regolarmente sentenze di amputazione, flagellazione e morte per lapidazione - gli scontri etnico-religiosi hanno provocato negli ultimi cinque anni almeno 10mila morti.
Centinaia di cristiani sono stati imprigionati e picchiati dalla polizia con l’accusa di vendere o consumare alcolici; processioni e manifestazioni religiose pubbliche sono state proibite per evitare violenze; molte chiese sono state bruciate e saccheggiate da gruppi estremisti. Episodi di intolleranza nei confronti dei cristiani si registrano anche in Costa d’Avorio e Burkina Faso, paesi laici e tradizionalmente aperti. Persino nel tranquillo Senegal non mancano i problemi: le fazioni religiose più radicali sollecitano la creazione di tribunali che si ispirano alla legge islamica mentre il Governo di Dakar è costretto a espellere alcune organizzazioni caritative islamiche sospettate di propaganda integralista. Tutto ciò accade attorno al Mali: preoccupante? No, secondo le autorità di Bamako che tendono a minimizzare l’entità del pericolo fondamentalista: «Il nostro è un islam mite, tollerante e illuminato: non si farà contagiare dai fanatici della jihad», ha dichiarato recentemente il presidente maliano Amadou Toumani Touré. C’è da sperare che abbia ragione lui.


"UNA SFIDA DIFFICILE MA IRRINUNCIABILE"
Intervista al Vescovo di Bamako
Monsignor Jean Zerbo, arcivescovo di Bamako, 62 anni, dal 1998 alla guida della Chiesa del Mali, è un attento osservatore delle dinamiche che animano l’universo musulmano. La sua voce autorevole si è levata più volte in favore del dialogo con l’Islam, specie dopo le stragi dell’11 settembre 2001 che hanno contribuito a raffreddare i rapporti coi fedeli del Corano.
Le tensioni internazioni hanno avuto ripercussioni anche in Mali dove paiono affermarsi le correnti più oscurantiste e radicali dell’Islam: c’è da preoccuparsi ?
     Esiste un pericolo reale. Il coinvolgimento di alcuni paesi arabi nel proselitismo dell’islam wahabita rischia di minare, poco a poco, i valori della tolleranza religiosa e della convivenza pacifica. La Chiesa del Mali deve essere molto lucida nell’affrontare un momento così delicato: dobbiamo comprendere i cambiamenti in atto e impegnarci per valorizzare l’accoglienza e il confronto, virtù che per lungo tempo hanno costituito i pilastri culturali di questo Paese africano.
In che modo si manifesta l’offensiva fondamentalista ?
     Ovunque stanno sorgendo moschee in muratura, dotate di pannelli solari e grandi altoparlanti, costruite con ingenti capitali stranieri. Le radio private incitano alla diffusione del Corano con una determinazione mai vista in passato. Le frange dell’islam radicale chiedono con insistenza l’adeguamento del codice della famiglia alle norme coraniche. Nel nord del Paese c’è un’opposizione feroce dei gruppi musulmani contro la costruzione di luoghi di culto per i cristiani.
Il futuro della Chiesa del Mali è costellato da sfide importanti: con che spirito le affronterete ?
     Dovremo uscire allo scoperto e far sentire la nostra voce: non possiamo più restare una Chiesa di catacombe. Decisivo sarà il ruolo delle comunità cristiane, i fedeli dovranno partecipare maggiormente alla vita del Paese: il loro contributo, ispirato dalla fede in Cristo, sarà importante per diffondere nella società gli ideali di giustizia e di pace. Anche in campo politico l’impegno dei cristiani dovrebbe essere più audace: il contesto attuale lo richiede.
In quale direzione verranno concentrati gli sforzi e le risorse del clero locale ?
     Il risveglio delle vocazioni sacerdotali è una delle nostre priorità, assieme a quello della formazione per i futuri preti e religiosi: a questo proposito abbiamo creato a Bamako il centro “Fede e Incontro” volto a favorire la studio e il dialogo interreligioso con l’Islam. Sul piano pratico la Chiesa proseguirà il suo tradizionale impegno nel sociale, che si concretizza nella gestione di scuole, dispensari e centri di formazione aperti a tutti i cittadini, senza alcuna distinzione religiosa.
I musulmani e i cristiani del Mali non rinunciano a tagliare i ponti con le proprie radici animiste: la magia resta per molti fedeli una risorsa irrinunciabile. Cosa ne pensa ?
     La credenze tradizionali nella magia e nella superstizione sono ancora molto forti. Non c’è da meravigliarsene: il Vangelo è presente in Mali da appena 116 anni, mentre l’Islam è arrivato all’inizio dell’XI secolo; troppo poco tempo per cambiare mentalità così profonde. Da parte sua, la Chiesa deve puntare sulla formazione biblica dei fedeli: non bisogna presentare Gesù come un’idea astratta, ma bensì come una persona che può aiutare ciascuno a vivere pienamente la propria esistenza secondo i disegni di Dio.

 




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