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L'ULTIMO RICHIAMO DEL MUEZZIN

Al Cairo infuria la polemica tra i minareti

Sono migliaia gli inviti alla preghiera diffusi dalle moschee della capitale egiziana. Un frastuono quotidiano che crea confusione e infastidisce molti cittadini. Il Governo ora propone di abolire i muezzin per unificare i richiami. Ma l’idea divide l’opinione pubblica e infiamma lo scontro politico


Ibrahim è sull’orlo di una crisi di nervi.
Cinquant’anni portati malissimo, due enormi occhiaie che gli macchiano il viso, ha l’aria di un uomo che non se la passa affatto bene. «Sono mesi che non riesco a dormire – racconta sconsolato – passo le giornate in mezzo al traffico con il mio taxi, vado a letto tardi, dovrei riposare per recuperare le forze, ma non ce la faccio».
Tutta colpa di un vicino di casa rumoroso e sfrontato; un tizio che si mette ad urlare giorno e notte, infischiandosene di disturbare chi gli sta attorno. Urlare è la sua passione, o meglio il suo mestiere: è un muezzin, una persona incaricata di ricordare ai fedeli musulmani l’appuntamento con le preghiere quotidiane prescritte dal Corano.
Cinque volte al giorno, dall’alba fino a tarda sera, grida a squarciagola in una moschea situata a pochi metri dall’abitazione del nostro assonnato taxista. «Non discuto l’importanza delle tradizioni – dice Ibrahim, preoccupato di apparire insensibile ai richiami dell’Islam – La funzione del muezzin è sacrosanta, il problema semmai sono quei maledetti mostri lì». Dalla finestra della camera indica due enormi altoparlanti che campeggiano sul vicino minareto. «Sono comparsi all’improvviso una mattina, la scorsa primavera. Hanno la potenza adatta ad un concerto rock. La prima volta che li hanno accesi, i vetri della casa hanno cominciato a tremare e il mio cuore ha avuto un sobbalzo. Ho pensato che si trattasse di un terremoto».
Ibrahim ha provato con gentilezza a far ragionare il muezzin, facendogli presente il disagio causato dal tutto quel frastuono, ma l’irascibile cantore lo ha accusato di essere un miscredente e per tutta risposta ha alzato il volume. «A questo punto sono stato costretto a scrivere un reclamo ufficiale alle massime personalità islamiche della città. Pregare è un mio dovere ma riposare è un mio diritto: esigo che mi venga riconosciuto dalla religione».
La rabbia degli insonni
     Ibrahim è in buona compagnia: sono migliaia i cittadini del Cairo che hanno problemi coi muezzin. Il loro numero e la loro rabbia cresce ogni giorno di più. Lo si capisce dalle lettere infuocate che giungono alla Moschea di Al Azahar, cuore pulsante dell’Islam sunnita, ma anche agli uffici del Governatorato e a quelli del Ministero degli Affari Religiosi.
Mucchi di proteste e lamentele intasano persino i forum dei siti internet islamici. La gente chiede una regolamentazione degli inviti alla preghiera, in particolare per l’azan, la chiamata all’adorazione della mattina (o notturna, dipende dai punti di vista), che viene divulgata quando il sole non è ancora spuntato. «E’ un’ossessione che ci perseguita ogni giorno», scrive via mail Abu Rahim, portavoce di un agguerrito comitato anti-muezzin. «Viviamo vicino al bazar di Khan al-Khalili dove ci sono moschee ad ogni angolo di strada, ma anche in altri quartieri la situazione è intollerabile: cambiare casa non servirebbe a ritrovare la quiete».
Come dargli torno ? Al Cairo i minareti dello moschee svettano ovunque tra grattacieli e vecchie abitazioni. Oltre quattromila fari religiosi (la parola minareto deriva dall’arabo manara, ovvero “faro”) illuminano una metropoli di 18milioni di abitanti. I loro profili si stagliano all’orizzonte, immersi nella cappa di smog che staziona sulla capitale egiziana: hanno forme eleganti e curiose che fanno pensare a torce giganti, matite allungate, fiaccole olimpiche o candele a spirale. Negli ultimi anni poi c’è stato un proliferare di sale di preghiera, costituite spesso da pochi metri quadri ricavati in scantinati o piccoli appartamenti, che non rinunciano a farsi notare: anche i locali più angusti e spartani dispongono di rudimentali impianti di amplificazione per irradiare gli avvisi religiosi.
L’inevitabile sovrapposizione delle voci dei muezzin dà vita ad un confuso concerto “a cappella” che si propaga dal centro cittadino fino all’estrema periferia.
Una sinfonia sacra che si rinnova cinque volte al giorno, ma che ha il suo momento di massimo splendore il venerdì a mezzogiorno, l’ora della grande celebrazione festiva, quando le strade di Cairo si svuotano all’improvviso e la gente si riversa a pregare nelle moschee. Quello è il momento ideale per assaporare appieno l’effetto corale dei richiami dell’Islam. All’improvviso, uno dopo l’altro, da una miriade di punti indistinti e mimetizzati, partono gli inviti alla preghiera. Le parole dei muezzin si propagano in ogni direzione, vibrano tra i porticati, si condensano nei vicoli più stretti e si intrecciano sopra i tetti delle case senza per questo formare un suono unico e nitido. Il risultato non è fastidioso né armonico. E’ semplicemente impressionante e maestoso. Emozionante.
Una questione di gusti?
     «Voi occidentali considerate esotico tutto questo “santo casino”»
- scherza, in italiano, una giovane guida turistica - «Invece per noi egiziani l’invito alla preghiera è diventato un incubo… Un tempo non era così, lo scompiglio è iniziato con l’avvento degli altoparlanti. Ma il Corano non ha mai prescritto l’uso di questi rumorosi marchingegni».
Ha ragione: ai tempi di Maometto non erano ancora stati inventati e comunque non servivano.
«Oggi è diverso – si giustifica Omar, settantadue anni, imam di una moschea a Ghiza - l’inquinamento acustico ci obbliga ad aumentare i decibel dei richiami». Si è innescata una spirale perversa: il rumore della metropoli spinge i religiosi a moltiplicare gli altoparlanti, ma in questo modo si contribuisce a far crescere la confusione. «Siamo costretti a gridare sempre più forte per fare sentire il nome di Allah».
Ovvio, ma perché tanti fedeli musulmani non capiscono ? L’anziano dignitario religioso scrolla la testa e punta il dito contro la categoria dei muezzin, colpevole a suo parere di mostrare poco impegno e scarsa professionalità. «E’ colpa loro: sono stonati e hanno una pessima pronuncia – si lamenta Omar – la gran parte di quelli che si sentono in giro non ha le qualità necessarie per ricoprire un ruolo tanto importante».
Manca la puntualità
     Un’accusa pesante la sua, supportata peraltro da prove incontestabili: dai minareti del Cairo solo di rado partono inviti melodiosi. Più spesso i richiami alla preghiera assomigliano a ordini militari, lamenti strazianti, disperate richieste d’aiuto.
Certo è anche una questione di gusti personali: ogni muezzin ha il proprio ritmo, la propria intonazione, il proprio stile.
«Ma non esiste scuola che possa rendere gradevole una voce sgraziata – ammonisce il severo Omar – E comunque resta il problema della mancanza di sincronia tra le chiamate». I muezzin dovrebbero gridare simultaneamente, all’unisono. Non è così: ci sono sempre i ritardatari che arrivano trafelati e con il fiato corto all’appuntamento con il microfono, e non mancano neppure gli esibizionisti che per farsi notare, partono prima degli altri.
L’anarchia che regna tra i minareti è innegabile: a volte capita di sentire la chiamata mentre si sale sul taxi nel quartiere di Zamalek e di risentirla, venti minuti più tardi, quando si scende dalla parte opposta della città. Senza contare che alcuni muezzin trasformano gli inviti alla preghiera (che dovrebbero durare non più di due o tre minuti) in appassionati quanto interminabili sermoni, lunghi anche mezz’ora.
La proposta che divide
     Molta gente pare essersi rassegnata alle desolanti performance sonore diffuse dalle moschee e si limita a bersagliare i muezzin con battute e sberleffi sferzanti. «Lo senti come urla quello – fa notare un artigiano che vende stoffe a due passi dalla Moschea di Al-Maridani – sicuramente soffre di emorroidi».
«Secondo me – ribatte un omaccione che fuma il narghilé in un bar vicino – è arrabbiato con sua moglie perché la donna ha speso troppo al mercato». I muezzin sono diventati personaggi da barzelletta al Cairo. Ma non tutti sono così indulgenti e ironici da volerci scherzare sopra. Il Ministro degli Affari Religiosi, che si chiama Hamdi Zaqzouq, stanco di sentire tanti cittadini lamentarsi per il groviglio di voci gracchianti, ha proposto l’unificazione dei messaggi: un invito alla preghiera unico diramato da una sede centrale e diffuso via radio a tutte le moschee della capitale. Secondo il disegno del ministro, la voce ufficiale dei minareti dovrebbe essere scelta attraverso apposito concorso pubblico.
Non è chiaro quali esami sarebbero chiamati a sostenere i candidati - presumibilmente prove canore e di conoscenza dell’Islam - ma è certo che le migliaia di esclusi andrebbero ad ingrossare le fila degli egiziani senza lavoro in un Paese dove il tasso di disoccupazione sfonda la preoccupante soglia del 10%.
Moschee irrequiete
     L’idea – c’era da aspettarselo - ha suscitato polemiche roventi. I religiosi hanno lanciato duri proclami contro il governo, accusandolo di voler demolire le tradizioni dell’Islam per laicizzare la società.
«Di questo passo – avvertono - la modernità porterà i musulmani a pregare davanti allo schermo televisivo, magari con l’immagine della Mecca sullo sfondo». Ma per alcuni imam esiste un pericolo ben più grave: l’iniziativa potrebbe essere il primo passo verso l’unificazione dei sermoni dei predicatori, e dunque verso il controllo definitivo da parte degli organi di potere.
I rapporti tra politica e religione in Egitto sono assai delicati: il presidente Hosni Mubarak, al potere da 25 anni, oggi deve confrontarsi con le profonde spinte integraliste che provengono da larghi strati della società e al tempo stesso deve mostrarsi intransigente (anche per compiacere agli alleati occidentali) nei confronti dei leader dell’estremismo islamico che sponsorizzano la jihad e la cultura dell’odio.
Il famigerato servizio d’intelligence egiziano tiene sotto stretta sorveglianza ogni moschea e interviene sui leader religiosi dissidenti con intimidazioni e minacce. Il giro di vite contro i predicatori fondamentalisti si è stretto dopo gli attentati terroristici del 2005 che hanno sconvolto Sharm-el-Sheick. Da quel momento le relazioni con il clero islamico, specie con gli esponenti delle moschee più irrequiete, si sono fatte più difficili. E in questo contesto di tensione latente, il “piano muezzin” ideato dal Ministero degli Affari Religiosi non ha contribuito di certo a rasserenare il clima.
Complotto americano ?
     Qualcuno ha avanzato persino l’ipotesi che dietro questa riforma ci
potesse essere un’oscura manovra americana per zittire le voci scomode del mondo musulmano.
Le illazioni sul presunto complotto segreto della Cia contro i muezzin hanno trovato spazio sui principali giornali egiziani e hanno
obbligato il ministro Zaqzouq a smentire ufficialmente la presunta cospirazione orchestrata da Washington. «In questo Paese c’è molta gente che vede congiure americane dietro ogni tentativo di ammodernare la società, ma la verità è un’altra - ha replicato stizzito il ministro – ci sono altoparlanti sulle nostre moschee che scuotono il mondo. Tutti li sentono.
Ma pochi uomini politici hanno il coraggio di protestare per paura di ritorsioni e accuse infamanti». Zaqzouq sostiene che la sua proposta gode dell’appoggio popolare e delle principali personalità islamiche.
In effetti nessuna critica è giunta dal potente preside dell’Università di Al Azhar, Ahmed al-Tayeb, né dallo sceicco Mohamed Sayed Tantawi, ritenuto la massima autorità teologica d’Egitto.
Ma gli ulema, i giuristi del Corano, chiamati ad esprimersi sulla controversa vicenda dei richiami alle preghiere, si sono divisi: da una parte i conservatori, dall’altra i riformatori aperti alla novità. Una spaccatura profonda che, a ben guardare, percorre l’intera società.
Lo scontro politico
     Sul piano squisitamente politico, l’offensiva contro i muezzin è stata abilmente usata a fini propagandistici: nella campagna elettorale dello scorso autunno, alcuni candidati della “Fratellanza musulmana” (il movimento islamico, considerato ufficialmente illegale dal 1954 ma, di fatto, tollerato dal regime) hanno messo in guardia gli elettori sul pericolo di una deriva laicista dello stato.
I temi caldi dello scontro politico con il governo sono stati la piaga della corruzione, la crisi economica, la deriva autoritaria del potere, nonché le alleanze politiche internazionali. Ma la battaglia in difesa dei muezzin ha avuto una forte valenza simbolica che ha fatto guadagnare consensi popolari all’opposizione.
Le esortazioni a difendere le tradizioni islamiche contro la modernità hanno permesso al movimento della Fratellanza di ottenere un risultato elettorale clamoroso alle elezioni politiche, quintuplicando i seggi in parlamento. Un successo che ha fatto tremare il regime di Mubarak e ha colto di sorpresa le cancellerie occidentali.
Alcuni osservatori fanno notare che il progetto di riforma dei richiami alla preghiera è stato sospeso durante la campagna elettorale ed è legittimo pensare che il governo, forse lo stesso Mubarak, abbia chiesto al ministro Zaqzouq di mettere da parte momentaneamente la sua contestata proposta per evitare facili strumentalizzazioni da parte islamica.
Il ministero degli Affari religiosi nega che ci siano state pressioni in tal senso e assicura che la riorganizzazione dei muezzin si farà: «C’è una commissione di esperti che sta mettendo a punto un piano – ha dichiarato Zaqzouq – abbiamo calcolato che la sostituzione degli impianti sonori delle moschee nella capitale costerà allo stato un milione di pounds (circa 142mila euro, ndr), ma è probabile che la riforma venga estesa alle altre principali città d’Egitto».
Muezzin sul comodino
     Il ministro ha fatto intendere che il progetto andrà in porto anche se il suo mandato ministeriale non verrà riconfermato. «E’ una follia – ribatte Abbas Awad, 26 anni, forse il più giovane muezzin del Cairo – Se accadrà davvero, io e altri centomila colleghi resteremo senza occupazione, e non sarà facile per noi trovare altri impieghi per vivere. Oggi riusciamo a mangiare solo grazie alle offerte dei fedeli».
Il ragazzo ha imparato il mestiere da suo padre, che a sua volta lo aveva ereditato dal nonno. «Siamo muezzin da generazioni in famiglia e vorrei un giorno poter tramandare ai miei figli questo prestigioso lavoro, inshallah».
E’ preoccupato Abbas, e ne ha motivo. Al grande bazar di Ataba i commercianti hanno già scommesso sulla fine dei muezzin: da qualche mese vendono una sveglia a forma di moschea che all’ora prefissata fa partire una voce registrata che invita alla preghiera. La ditta indiana che la produce, l’Ajanta Clock, non riesce a stare dietro alle richieste. «Stiamo esaurendo le scorte – spiega un venditore – La gente è abituata a svegliarsi con i richiami dei minareti, non vuole rinunciarvi». Oltretutto le suonerie variano da modello a modello e si può scegliere tra muezzin arrabbiati, poetici, cantilenanti, prosaici… Alla faccia del governo e delle sue dannate rivoluzioni tecnologiche.




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