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LA GUERRA DEI RIFIUTI

I netturbini del Cairo protestano per la diminuzione della spazzatura: «E’ colpa delle aziende occidentali», accusano. Hanno ragione

Le autorità egiziane hanno deciso di appaltare la raccolta dei rifiuti della capitale a quattro società europee. A farne le spese sono gli spazzini tradizionali, in gran parte cristiani, che rischiano di restare senza lavoro. Siamo andati a trovarli nella discarica dove vivono

L’odore. La cosa che colpisce prima di tutto è l’odore intenso che ristagna nell’aria:
un fetore acre e nauseabondo che si appiccica alla pelle, penetra nelle narici e brucia la gola.
La nuvola pestilenziale incorona, come un’invisibile aureola, la cima della Moqattam, la collina che sorge a sud-est del Cairo, e coglie di sorpresa i visitatori che arrancano sulla salita. All’inizio pare impossibile resistere e viene voglia di tornare indietro, ma in pochi minuti ci si fa l’abitudine. Non c’è alternativa se si vuole entrare in una delle più sconcertanti discariche abusive del mondo.
Un immondezzaio immenso e invisibile al tempo stesso: il posto si chiama Mansheya ma viene ignorato dalla mappe poiché le autorità locali preferiscono nasconderlo.
Quassù finisce buona parte delle cinquemila tonnellate di rifiuti prodotte ogni giorno dai 18milioni di abitanti della capitale egiziana. L’immondizia viene trasportata dai cosiddetti zabalin, gli “uomini della spazzatura”, un piccolo esercito di netturbini composto in gran parte da cristiani ortodossi, immigrati mezzo secolo fa dalle povere campagne dell’Alto Egitto, convertiti per necessità al più umile dei mestieri.
Un tesoro prezioso
     Ogni giorno, alle prime luci del mattino, gli zabalin invadono i viali del centro cittadino con camioncini sgangherati e carretti trainati da asini.
Sui cassoni ammassano pile di cartoni, lattine di metallo, vecchi mobili, elettrodomestici sfasciati, carcasse di motori, vestiti logori e ogni genere di ciarpame che possa tornare utile. Dopo poche ore fanno ritorno a casa carichi di rifiuti. Enormi mucchi di spazzatura, alti più di due metri, si inerpicano a fatica sulla strada sterrata che conduce al loro quartiere-pattumiera.
Qui la gente vive tra vicoli fangosi impastati dal putridume e squallidi cubi abitativi tirati su col cemento grezzo, appoggiati l’uno contro l’altro in un equilibrio precario. Gli edifici spuntano tra cumuli di sporcizia ricoperti dalle mosche, crivellati dai topi, sventrati dai cani randagi. Il pattume putrefatto talvolta raggiunge le finestre dai primi piani. E dalle terrazze delle abitazioni pendono fili di acciaio per sollevare gli oggetti di scarto più pregiati, che gli zabalin custodiscono sotto i letti e negli armadi, come preziosi tesori, in attesa di rivenderli ai grossisti.
Cibo per maiali
     «Questi rottami ci permettono di mangiare ogni giorno», spiega un anziano intento a scaricare sotto casa un cesto di ferraglia.
«Tutto ciò che gli altri buttano via, diventa denaro nelle nostre mani».
Da un chilo di alluminio ci guadagnano quasi due euro mentre una tonnellata di plastica riciclata può fruttare fino a 320 euro. «Certo occorrono molte braccia e molte ore di lavoro», puntualizza l’uomo. «Ma nessuno può competere con noi in questo mestiere», aggiunge con una punta di orgoglio. Ai signori dell’immondizia non manca certo la dignità né l’intraprendenza.
Ogni genere di rifiuto torna a nuova vita, grazie a loro: l’alluminio dello scatolame viene recuperato per produrre pentole o fornelli, le lastre di vetro diventano bottiglie, gli assi di legno vengono trasformati in armadi o divani.
E dagli scarti organici si ricava del cibo per i maiali, che in questa enclave cristiana non sono affatto considerati degli animali impuri: vengono allevati dagli zabalin e sono liberi di razzolare indisturbati tra la spazzatura.
Maestri del riciclaggio
     Il lavoro di riciclaggio non conosce sosta e coinvolge l’intera comunità.
Negli scantinati bui e maleodoranti che si affacciano sulla strada si vedono trafficare anche vecchi e donne,
con le gambe a mollo nel pattume, attorniati da bambini di pochi anni col volto sporco e i capelli incrostati. Tutti si danno da fare per smistare la mondezza: da una parte si accumula il metallo, dall’altra la plastica; da altre parti ancora il materiale elettrico, le batterie d’auto, il cartone, la stoffa e via dicendo.
Con molta pazienza, e altrettanta abilità, arrivano a riciclare fino all’80 per cento dei rifiuti: una percentuale altissima, ben maggiore di quella ottenuta nelle metropoli europee, dove si raggiunge un tasso di riuso massimo del 35 per cento.
«Gli zabalin sono maestri dell’arte del riciclaggio», afferma l’ingegner Davide Aimeri, uno dei massimi esperti italiani in materia di rifiuti, che per lungo tempo ha lavorato anche al Cairo.
«Hanno una professionalità pregiata costruita in decenni di esperienza sul campo, riescono a distinguere ad occhio nudo il pvc da ogni altro tipo di plastica». L’organizzazione di questo sorprendente popolo di netturbini è diventata oggetto di studio da parte degli organismi internazionali che si occupano di gestione ambientale nelle grandi città del sud del mondo.
«E’ un modello vincente che è già stato esportato con successo a Bombay e Manila, nell’ambito di un programma di sviluppo finanziato dalle Nazioni Unite», spiega l’ambientalista egiziana Tarek Genina, da tempo impegnata a valorizzare il lavoro degli zabalin. «Resta però da risolvere il problema rappresentato dalle disastrose condizioni igieniche in cui operano i raccoglitori di rifiuti con le loro famiglie. Almeno sessantamila persone vivono nell’immondizia, in condizioni di estrema povertà, esposte ad ogni genere di malattia e di infezioni».
L’invasione straniera
     Una comunità senza diritti né voce, quella degli zabalin. Che nel prossimo futuro potrebbe perdere anche il lavoro. Le autorità amministrative del Cairo hanno infatti deciso di ammodernare il sistema di raccolta e di smistamento dei rifiuti puntando sulla tecnologia, ritenendo ormai superata, o quantomeno inadeguata, l’opera dei netturbini locali.
Gli esperti hanno calcolato che circa il 20% della spazzatura non venga raccolta dagli zabalin, poiché non è considerata produttiva, e quindi resta sulla strada. Una vergogna inaccettabile per i politici della capitale. Già cinque anni fa il Governatorato ha indetto un bando di concorso internazionale per la gestione dei rifiuti della metropoli «con metodi scientifici e principi tecnologici». Ad aggiudicarsi la gara d’appalto sono state quattro aziende straniere, due spagnole e due italiane, che si sono spartite i quartieri della capitale e… un lavoro da 35milioni di euro l’anno.
Le società di casa nostra sono sbarcate con centinaia di veicoli meccanizzati e hanno preso posizione nei settori assegnati dall’accordo: alla Jacorossi/Gesenu di Perugia è stata affidata la zona periferica di Ghiza mentre alla romana Ama (che già opera in Senegal e Honduras) è toccata la parte nord del Cairo. «Ci stanno portando via il lavoro», accusa Ishak Mikeil Boulos, portavoce della Garbage Collectors Association, la più importante associazione degli spazzini egiziani. «Non siamo contrari allo sviluppo, purché non avvenga sulle spalle della nostra gente. Non vogliamo soccombere in nome del progresso e della globalizzazione».
«Così non va»
     Dunque gli zabalin sono sul piede di guerra: per anni hanno provveduto, con modi artigianali ma efficaci, a tenere (parzialmente) pulita la città e oggi l’amministrazione li ringrazia facendoli soppiantare da società straniere.
Una beffa intollerabile, specie per coloro che hanno investito denaro in questo mestiere e magari si sono indebitati per l’acquisto di macchinari per la lavorazione dei rifiuti. Sacrifici inutili? Soldi buttati via? L’incertezza nel futuro alimenta preoccupazioni e rabbia. «Vediamo ogni giorno diminuire il materiale da lavorare e di conseguenza il nostro guadagno – si lamenta il rappresentante dei netturbini – Se va avanti così finiremo tutti disoccupati». Incolpare le aziende europee per la diminuzione dei rifiuti suona, francamente, paradossale.
Anche perché migliaia di zabalin sono stati assunti dalle nuove società e proseguono a ritirare il pattume, porta a porta, con grandi sacchi portati sulla schiena. Altri sono stati spediti a pulire le strade, armati con ramazze nuove, bidoni trasportabili e impeccabili tute da lavoro verdi o blu. Oggi tutta questa gente ha un lavoro vero, ufficiale, con una busta paga di circa 400 lire egiziane (circa 50 euro al mese) e diritti sanciti da un contratto.
Un brutto affare
     Tuttavia il malcontento è diffuso tra i “fortunati” netturbini professionisti. «Non riceviamo lo stipendio da mesi», si sfogano, all’unisono gli uomini che incontriamo a Ezbetil Il Nakl, altro quartiere-discarica abitato dagli zabalin. «Le società affermano di non ricevere i compensi dall’amministrazione locale; i politici invece scaricano la colpa sui nostri capi. Si rimbalzano le responsabilità l’uno sull’altro, e noi non riusciamo a sfamare le nostre famiglie».
Voci bene informate raccolte nella capitale egiziana dicono che parte dei soldi venga intascata da funzionari corrotti. E parte finisca nella mani dei caporioni che gestiscono la complicata comunità degli zabalin: sarebbero loro, potenti uomini d’affari che un tempo si arricchivano dal riciclaggio fatto in casa, a fare la cresta sui salari destinati ai monnezzari. Nessuno tra i lavoratori si sente di confermare le accuse. A parlare ci pensano i manager delle aziende europee per i quali l’avventura al Cairo non si sta rivelando affatto un buon affare: si lamentano per le lungaggini della burocrazia egiziana, per le difficoltà di gestione del personale, per i ritardi dei pagamenti previsti dal contratto.
«Al Cairo non è più possibile lavorare», ha tuonato al quotidiano El Mundo il direttore della società spagnola Urbaser, Lisardo Gonzàlez, che proprio lo scorso novembre si è ritirata dall’appalto.
«Le autorità locali hanno fatto di tutto per metterci i bastoni tra le ruote: hanno preteso, per esempio, che pagassimo un’imposta del 30% per sdoganare i nostri mezzi. E ci hanno inflitto quasi dieci milioni di euro di multe con la scusa che le strade erano sporche. Ma come potevamo pulirle se non ci lasciavano lavorare?». Sulla vicenda dovrà esprimersi la magistratura egiziana.
Ritorno al passato?
     Di certo la nuova gestione della nettezza urbana al Cairo sta creando malumori anche tra la gente comune. In molti protestano perché l’imposta sui rifiuti è stata inserita nella bolletta dell’elettricità ed è calcolata in sostanza sulla ricchezza dell’utente: più elettricità si consuma, più si spende per la pattumiera.
Un sistema di riscossione dei tributi che il Tribunale Costituzionale ha già dichiarato illegale. «A ben guardare, la gente oggi paga il 40% in meno rispetto al passato, ma questo risparmio non viene percepito», afferma l’ingegner Aimeri, che chiarisce: «Un tempo i cittadini davano i soldi direttamente allo zabalin quando si recava a ritirare l’immondizia. Quel denaro veniva considerato un’offerta caritatevole e costituiva la parte di carità che il Corano prescrive ad ogni buon musulmano. Oggi, in aggiunta alla beneficenza, c’è una tassa che non è prevista dall’Islam e che molti si rifiutano di pagare».
Le polemiche hanno obbligato l’amministrazione locale a rivedere i programmi e ora la raccolta viene realizzata sia dalle aziende europee che da squadre di zabalin indipendenti, decisi a difendere coi denti il territorio. Ma è un pasticcio che non soddisfa nessuno. E la “guerra dei rifiuti” rischia di innescare una bomba sociale che potrebbe paralizzare l’intera metropoli. «Cosa accadrebbe se incrociassimo le braccia per protesta?», dice sornione un ragazzo indaffarato a caricarsi del rottame sulle spalle. Corre via veloce, non c’è bisogno che aggiunga altro: senza il lavoro di questi netturbini la più popolosa città africana si troverebbe sommersa in poco tempo da una montagna di rifiuti. Sarebbe l’ultima terrificante piaga d’Egitto.


Missioni tra i rifiuti
Ci sono missionari che hanno deciso di dedicare la vita agli zabalin, offrendo sostegno e amicizia al “popolo dei rifiuti”. A partire dagli anni Settanta suor Emmanuelle, una vecchia insegnante francese, divenuta suora, ha lavorato per vent’anni, con grinta e generosità, nelle discariche del Cairo: il suo nome è tuttora ricordato con affetto dalla comunità degli spazzini. Oggi nel principale quartiere degli zabalin, Mansheya, vivono alcune suore di Madre Teresa impegnate a fornire aiuti caritatevoli alle persone più bisognose. A favore dei giovani zabalin opera, da anni, anche padre Luciano Verdoscia, missionario comboniano, ideatore di un progetto di scolarizzazione rivolto ai figli dei raccoglitori: «Bisogna puntare sull’istruzione dei bambini e sulla formazione dei giovani – spiega – per rompere il circolo vizioso fatto di povertà, ignoranza e incapacità di risollevarsi». Per aiuti e informazioni scrivere a: padrelucianocairo@gmail.com
 




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