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IL PARADISO DELLA CORSA

In Etiopia, dove nascono le leggende dell’atletica

I più importanti fondisti degli ultimi anni vengono da una regione montagnosa e povera a sud della capitale Addis Abeba. Il segreto del loro successo resta un affascinante mistero

Il sole non è ancora spuntato sull’altopiano. Oggi la nebbia resta sospesa sui campi dorati dalla rugiada, sembra come impigliata tra le spighe dei cereali. Nel silenzio assoluto, quasi irreale, par di
sentire respirare la terra impregnata di umidità.
Ma è uno scherzo del vento.
All’improvviso, dalla caligine biancastra che avvolge le colline, spunta una pattuglia di corridori. Sono una decina di ragazzi e ragazze in tuta da ginnastica e avanzano a larghe falcate verso di noi. Sobbalzano sulla strada sterrata, tendono i muscoli come stantuffi e sbuffano nuvole di vapore come locomotive. Ci passano accanto senza rallentare – appena un accenno di sorriso per salutarci - e spariscono in fretta dentro un bosco di eucalipti. Dietro lasciano una lunga scia che sa di sudore e di incenso.
Grandi campioni
     Sono l’avanguardia di un piccolo esercito di podisti che tra breve invaderà la regione montagnosa dell’Arsi, le cui cime rocciose si estendono a sud-ovest di Addis Abeba fino a precipitare nelle scarpate della Rift Valley.
È una terra prodigiosa, questa, patria di grandi atleti e culla di leggende sportive. Qui sono nati alcuni dei più grandi maratoneti di tutti i tempi. L’illustre Haile Gebreselassie, un mito vivente dello sport mondiale, è originario di Asela. I suoi compaesani se lo ricordano ancora quando era un bambino timido, piccolo, magro come un chiodo, e percorreva di corsa ogni giorno i dieci chilometri dal suo tucul alla scuola. Trottava come un leprotto, a piedi scalzi, tenendo stretti al torace libri e quaderni.
Poi Haile è diventato ragazzo e non ha più fermato la sua corsa. Sulla distanza dei 10.000 metri ha vinto due ori olimpici (Atlanta 1996 e Sydney 2000) e quattro ori mondiali. Nel 2007 a Berlino ha battuto il record del mondo della maratona, coprendo il percorso in 2h04'26''. Irraggiungibile. La sua non è mai stata una corsa elegante: «Il braccio destro spingeva la falcata ma il sinistro era leggermente curvato verso il corpo», raccontano i cronisti - come dovesse portarsi ancora appresso i libri di scuola.
Il campione etiope, che oggi ha 35 anni e soffre di asma, non parteciperà alla maratona olimpica di Pechino 2008. «L’inquinamento in Cina è dannoso per la mia salute», si è giustificato.
Fama e ricchezza non l’hanno cambiato più di tanto: continua a vivere ad Addis Abeba dove addestra una squadra di giovani che sognano di emulare le sue gesta. «In questa avventura ho investito tutti i soldi guadagnati con l’atletica», racconta. «Lo sport può migliorare il futuro del mio popolo». La grande corsa verso nuovi primati entusiasma l’intera nazione, il testimone è stato raccolto da altri etiopi che sono saliti sul gradino più alto del podio olimpico. Star assolute come Kenenisa Bekele (campione olimpionico e mondiale dei 10000 su pista, sei ori conquistati nel Mondiale di corsa campestre), Derartu Tulu (vincitrice dei 10000 metri a Sydney), Fatuma Roba (primatista nella maratona femminile ad Atlanta), Meseret Defar (medaglia d’oro sui 5000 metri ad Atene 2004 e ai Mondiali di Osaka 2007), le sorelle Dibaba (due incontrastate regine nei 10000 e 5000).
Successi miracolosi
     Un firmamento di grandi stelle emerse come d’incanto dalle vallate che solcano questa sperduta terra del Corno d’Africa.
«Gli ultimi fuoriclasse delle lunghe distanze provengono da un’area ben delimitata, larga appena un centinaio di chilometri, a sud di Addis Abeba»,
spiega Reisso Kedir, direttore tecnico della Federazione Etiope di Atletica.
«C’è qualcosa di magico in quella povera regione. Gli atleti sono ragazzi di campagna: non fanno uso di doping e non dispongono di attrezzature per allenarsi. Non conoscono il lusso delle palestre occidentali né i comfort dei campus keniani: si allenano sulla nuda terra».
Difficile spiegarsi tanti successi. «Certo, allenarsi tutti i giorni a quasi tremila metri di altezza offre un vantaggio naturale.
Grazie all’alta quota, i valori dell’ematocrito sono così elevati che possono incamerare più ossigeno.
Ma ciò non basta a chiarire l’enigma. Fosse solo una questione di altitudine, altri popoli di montagna dominerebbero le gare. E invece nessuno può competere con gli atleti dell’Arsi».
Che cos’è che rende speciale questa regione? Siamo venuti nell’Arsi per cercare una risposta. «È inutile: i miracoli non si spiegano», mi aveva avvertito Reisso, con un sorriso ineffabile, nel suo ufficio schiacciato sotto le gradinate dello stadio di Addis Abeba. «Il loro successo è destinato a restare un affascinante mistero».
Il villaggio dei record
     I villaggi che macchiano le colline dell’Arsi sono grappoli di casette di fango e lamiere collegati tra loro da piste polverose. Non si vedono centri sportivi, né impianti attrezzati. Solo Bekoji, ventimila abitanti, dispone di una pista,
ma il suo fondo in terra battuta è crivellato dai ciuffi d’erba e quando piove le curve si riempiono di pozzanghere.
«Qui non ospitiamo gare importanti», precisa, come per giustificare, l’anziano custode, Yasù. «Il circuito è stato voluto e finanziato dai cittadini di Bekoji per celebrare i campioni mondali che proprio qui hanno iniziato la loro carriera». Un omaggio doveroso: nel 2004 ad Atene questo grande villaggio è riuscito a conquistare due medaglie d’oro, una d’argento e due di bronzo. Roba da Guinness dei primati. «Tutto merito del carburante naturale che diamo ai nostri atleti», spiega il vecchietto con tono autorevole.
«L’acqua delle nostre montagne è pura, dolce, piena di minerali: la benzina ideale per chi deve correre tanti chilometri. E poi naturalmente c’è la potenza del motore, un marchio di fabbrica inimitabile conosciuto in tutto al mondo da quasi cinquant’anni».
La memoria torna al primo straordinario trionfo mondiale di un etiope. Era il 1960 e Roma ospitava i Giochi.
La sera del 10 settembre, un atleta di colore, sconosciuto al grande pubblico e ai giornalisti sportivi, corse a piedi scalzi sul selciato dell’Appia Antica e tagliò davanti a tutti il traguardo della maratona, primo africano a vincere un’olimpiade, stabilendo un nuovo incredibile record. Il suo nome, Abebe Bikila, è entrato nella storia.
«Ero giovane, all’epoca», commenta Yasù. «Ricordo la voce del radiocronista strozzata dall’emozione, i miei genitori in lacrime, la gente in festa per le strade.
Tutta l’Africa era impazzita di gioia. Fu un giorno indimenticabile». Una festa incontenibile destinata a ripetersi quattro anni dopo, quando Abebe Bikila compì un’impresa ritenuta impossibile: nel 1964 vinse a Tokyo, per la seconda volta, la maratona olimpica. «Si aggiudicò la gara senza neppure allenarsi per via di una fastidiosa appendicite», ricorda Yasù. «Da quel momento la fama degli etiopi raggiunse tutti gli angoli del globo».
Questione di cuore
     Quella favola sportiva continua. Viene ravvivata ogni giorno da una moltitudine impressionante di giovani che si svegliano all’alba per correre. Percorrono dieci, quindici chilometri in montagna, col cuore che batte come tamburo. A vederli sfrecciare su e giù per le praterie, lungo piste sconnesse e piene di sassi, viene da chiedersi come facciano a non rompersi le caviglie.
«È la forza dell’abitudine», spiega Saleh Kibret, un gigante dall’aria severa che allena un gruppo nei pressi di Asela. «Ma è soprattutto l’ostinazione, la tenacia, che fa stringere i denti e sopportare il dolore».
Saleh parla da navigato uomo di sport, anche se ormai il suo aspetto semiobeso fa pensare a tutt’altro. «Un tempo anch’io correvo e vincevo», dice con poca convinzione. «Mi ha rovinato il fumo e la birra. Oggi metto le mie energie a disposizione dei giovani». Tra i suoi allievi c’è un ragazzo, si chiama Manuel, che sta dominando le gare regionali.
«Ha talento per arrivare lontano», assicura Saleh mentre mostra ritagli di giornale con le foto delle sue premiazioni. «Fino a un paio di anni fa viveva di espedienti sulla strada, era uno sbandato. È stato salvato dall’atletica. A dimostrazione che nello sport si può vincere anche quando nella vita si è sempre perso».
Il segreto del suo successo? «Mah, non saprei». L’allenatore alza le spalle, poi ci ripensa: «Dicono che l’aria di montagna faccia bene alla circolazione e ai muscoli… Forse. Ma secondo me la grandezza di un atleta sta tutta nella sua fame di vittorie. Perché non importa che cosa si trova alla fine della corsa, l’importante è cosa si prova mentre si corre».
La corsa in rosa
     La passione per l’atletica della gente dell’Arsi è incontenibile. Anche la strada asfaltata che punta a nord, l’unica nel raggio di centinaia di chilometri, si trasforma di giorno in una pista di allenamento. La percorriamo piano, con l’autista che impreca per la marea di podisti che invade la carreggiata.
«Al diavolo! Vadano altrove a correre», dice mentre scuote la testa. «Vanno a scuola, al mercato, al lavoro. Ma non credere che siano tutti in ritardo! Corrono perché sono abituati così da sempre. Non si chiedono il perché, non se ne accorgono neppure di correre».
Nella cittadina di Nazret, un centinaio di chilometri a sud della capitale, i ragazzi si allenano tutte le sere nel vecchio stadio. Un drappello di loro sta tornando da una sgroppata sulle colline, il training di routine. Indossano le tipiche tute di nailon chiamate kesh-kesh, un termine onomatopeico che riproduce lo strofinamento della stoffa.
Al loro arrivo, un uomo di poche parole, il preparatore della squadra locale, annota i numeri del cronometro sopra un quaderno ingiallito. Anche oggi il miglior tempo è quello di Tigest, una diciottenne dagli occhi luminosi, due scarpette di tela sdrucita e un corpo flessuoso stretto in una canottiera. «Correre mi rende felice, adoro sentire il vento in faccia», racconta mentre con una salvietta si asciuga il volto lucido di sudore.
«I ragazzi all’inizio mi prendevano in giro: dicevano che la corsa era una cosa da maschi. Poi hanno dovuto arrendersi alla mia velocità e resistenza. Ora mi portano rispetto. E io mi diverto a fargli mangiare la polvere».
Tigest non riesce a spiegarsi da dove le viene la forza delle sue gambe: «Forse è tutto merito della injera, il pane nazionale, di cui sono golosissima – ipotizza per scherzare –. È fatta con il teff, un cereale che si trova solo in Etiopia. A scuola mi hanno spiegato che contiene ferro e altri minerali importanti per i muscoli. Forse è questa focaccia a darmi una marcia in più».
Il suo idolo è Tirunesh Dibaba, 21 anni, che nel gennaio del 2007 ha fatto crollare il record mondiale dei 5000 metri indoor, dopo altri successi planetari sui 10000 e nella campestre: risultati eclatanti che ne hanno fatto un’eroina nazionale. «È un mito, un modello per noi tutte», sospira Tigest.
«Un tempo correva da queste parti a piedi nudi. Oggi la pagano profumatamente perché calzi le scarpe delle migliori marche… Un giorno, chissà, potrebbe toccare a me…», dice senza vergogna.
Per lungo tempo i professionisti della corsa in Etiopia sono stati solo uomini, oggi almeno la metà dei podisti di levatura internazionale sono donne. I loro volti radiosi campeggiano sui cartelloni pubblicitari e negli spot televisivi.
«Sono le icone di una rivoluzione sportiva e sociale di portata storica», commenta Ambassador Mohamoud Dirir, ministro della Cultura. «Chi corre ha diritto a mangiare bene e a bere latte fresco tutti i giorni in famiglia. Un tempo erano privilegi riservati ai ragazzi. Oggi le giovani atlete chiedono ai genitori le stesse chance offerte ai loro fratelli. E rivendicano, giustamente, un ruolo centrale nella società. Pari opportunità nello sport, nello studio, nella vita».
I sogni di Addis
     È una corsa inarrestabile, quella dei giovani etiopi, che parte dai villaggi dell’Arsi e prosegue nei trafficati viali di Addis Abeba.
Nella capitale sperano di farsi notare dai talent scout della Federazione di Atletica, tentano il grande salto nel professionismo.
Il centro città ospita tutti gli anni a novembre la competizione più attesa del calendario sportivo: la Great Ethiopian Run, una gara lunga 10 chilometri, a cui prendono parte quasi trentamila podisti di ogni etnia, dagli Oromo ai Tigrini, dagli Amhara ai Somali. L’occasione giusta per mettersi in mostra, o semplicemente mettersi alla prova. Ogni giorno dell’anno è buono per prepararsi al grande evento.
All’alba, prima della scuola o del lavoro, migliaia di ragazze e ragazzi si danno appuntamento a Meskel Square, il cuore della
metropoli, dove corrono a drappelli lungo le scalinate della piazza e
fanno esercizi di stretching sotto gli sguardi duri degli allenatori.
I giovani tornano a correre al crepuscolo, quando gonfiano i marciapiedi verso le periferie e si riversano nei campi attorno all’aeroporto o al vecchio ippodromo. I più audaci affrontano la salita impegnativa di Entoto, la montagna sacra della capitale, dove ci si fa il fiato per competere ai massimi livelli.
È qui che incrociamo Kidane, due gambe lunghissime e un’infinità di treccine al vento.
Vive con sette fratelli e sorelle in una baracca senza acqua corrente né luce elettrica nel povero quartiere di Mekanissa.
«Le speranze della famiglia sono tutte riposte in me. Mi sto preparando per la Young Champions League Race, la gara giovanile più importante della stagione. Posso vincere», dice con orgoglio, mentre si ferma un attimo per stringere i lacci delle scarpe. «Quando riuscirò a sfondare nell’atletica regalerò ai miei una casa nuova».
Non aggiunge altro, non ha tempo per chiacchierare: deve allenarsi per volare e afferrare i suoi sogni. La luna, da quassù, è così vicina che pare di poterla toccare con una mano.




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