Marco Trovato
Reporter Indipendente


Reportages
  Asmara Express
Bambini Maledetti
Bare del Ghana
Bijagós
Boavista
Casamance
Credere a Kinshasa
Dogon
Eritrea libera
I segreti delle oasi
Il Paradiso della Corsa
Il genio del cioccolato
Islam Nero
La borsa di Nairobi
La città della musica
La diga di Bujagali
La guerra dei rifiuti
La guerra del biliardo
La leggenda del santo allenatore
La nuova Libia
Le isole del cacao
Liemba
Luanda, la rinascita
Magico Sudafrica
Missionari nel Sahara
Mogamma
Mozab
Muezzin del Cairo
Nel regno del Barotseland
Piccoli mendicanti di Allah
Pigmei
Radio Mali
Rasta d'Etiopia
Rose in Etiopia
Sahara algerino
Saharawi
Sapeurs
Shalom Uganda
Skate Uganda
Sudafrica, Dance For All
Touba
Tuareg
Un calcio ai pregiudizi
Una Chiesa nell’oceano
Valle dell'Omo
Viaggio nel Buio



SE QUESTO E' L'OMO

Gli effetti del turismo sull’ultima ”Africa selvaggia”

La Valle dell’Omo, remota regione dell’Etiopia meridionale, culla di antiche e affascinanti civiltà, non è più un luogo incontaminato. Le comitive di viaggiatori occidentali hanno stravolto le abitudini delle popolazioni locali. Con risultati bizzarri e talvolta inquietanti

Lo sguardo
dell’autista è fisso sulla pista che scala la collina.
«L’agguato potrebbe scattare da un momento all’altro», borbotta con tono preoccupato.
«Gli attacchi partono appena i veicoli rallentano in salita».
Le bande di assalitori spuntano all’improvviso dai cespugli e tentano di sbarrare la strada. In pochi secondi si fiondano ai finestrini per assicurarsi il bottino. Una maglietta, una manciata di pastelli, una bottiglia di plastica,
se va bene un paio di scarpe nuove.
Gli artefici delle imboscate non hanno più di otto, dieci anni: sono bambini armati di maschere, statuette in legno, strumenti musicali, piccoli souvenir fatti a mano.
Stanno appostati tutto il giorno sotto il sole cocente ai margini della carreggiata pur di bloccare una macchina piena di turisti e raggranellare qualcosa di prezioso da portare a casa.
Sono determinati e ingegnosi, veri professionisti dell’abbordaggio sulla strada.
Certi improvvisano danze scatenate, altri si truccano nei modi più appariscenti.
Qualcuno arriva ad arrampicarsi sopra lunghi pali da trampolieri.
Frotte di bimbi mettono in campo i più curiosi escamotage per attrarre l’attenzione dei bianchi e convincerli a fermare l’auto.
E quando il trucco non funziona, si mettono a correre come forsennati affianco alle macchine gridando nella polvere: «Give me a pen, give me a sweet», «Dammi una penna, dammi una caramella».
Qualche turista si fa commuovere e lancia manciate di regali che finiscono sulla pista, scatenando risse furibonde.
L’autista scuote la testa: «Così rischiano di farsi ammazzare, basta un attimo di disattenzione per tirali sotto.
Non si può più guidare
tranquilli, spuntano ovunque, dietro ad ogni curva. Un assedio pazzesco».
In alcuni tratti il fuoristrada è costretto a fare lo slalom tra file ininterrotte di bambini che invadono pericolosamente
la pista.
«Stiamo allevando una nuova generazione di accattoni», commenta amaro. «I bambini dovrebbero andare a scuola, anziché stare sulla strada a mendicare. Che rabbia».
Africa incontaminata?
     Va avanti così da ormai tre giorni, da quando siamo entrati nella Valle dell’Omo, la remota regione sud-occidentale dell’Etiopia.
“Una terra selvaggia e incontaminata – assicurano i tour operator che organizzano le spedizioni per viaggiatori facoltosi – abitata da popolazioni quasi sconosciute e isolate, che hanno potuto conservare ritmi e costumi di vita invariati da secoli”. L’ultima emozionante frontiera dell’Africa più profonda e vera.
In questa regione sperduta, perlustrata per la prima volta agli inizi del XIX secolo dall’esploratore italiano Vittorio Bottego, convivono una cinquantina
di etnie affascinanti che per lungo tempo non hanno avuto contatti
con la civiltà moderna.
Le comitive di bianchi che si spingono fin quaggiù, equipaggiate di videocamere e macchine fotografiche digitali, si aspettano di visitare un posto fuori dal mondo, indifferente allo scorrere del tempo.
Quando scoprono che le cose stanno diversamente, ci rimangono male: sono delusi, infastiditi, talvolta scandalizzati. «Mi hanno raccontato un sacco di balle per convincermi a partire», dice una donna di Verona al suo primo viaggio fuori dall’Italia. «Altro che “Africa selvaggia”! Qui sembra di trovarsi in un parco dei divertimenti». Gli fa eco il marito, più rassegnato che irritato: «Il posto assomiglia più ad un zoo umano.
Il denaro ha stravolto le abitudini della gente, monetizzato i rapporti sociali, distrutto ogni possibilità di incontro sincero e proficuo tra culture diverse. I nostri quattrini hanno rovinato tutto». L’uomo è accerchiato da nugoli di bimbi che tendono la mano in attesa di un regalo.
«Mai vista una cosa simile!», si sfoga un milanese che da trent’anni viaggia in Africa e che non può certo essere considerato un turista sprovveduto.
«La Valle dell’Omo è un mito ingannevole. I media si ostinano a presentare questo posto come un eden inviolato.
I cataloghi turistici, le televisione, le riviste di viaggio, i libri fotografici. Tutti fanno finta di non vedere che la modernità è arrivata anche qui. Con tutti i suoi effetti. Preferiscono mostrare, in maniera artificiosa, un’Africa che non c’è più, o meglio: che c’è solo in parte. Perchè questo posto è davvero un paradiso terrestre. Ma è incontaminato come lo può essere un grande supermercato».
Finzione turistica
     Le sorprese iniziano coi Borana,
un popolo di pastori che vive in una zona semidesertica al confine col Kenya, tra boscaglie spinose e praterie bruciate dal sole.
Per dissetare il bestiame, i Borana hanno scavato profondi pozzi, perforando la roccia per decine di metri. Una serie di gradini in pietra conduce al fondo della cavità, fino a raggiungere la sorgente.
I pastori organizzano delle lunghe catene umane per portare l’acqua in superficie.
Decine di uomini si passano un secchio, senza far cadere neppure una goccia, al ritmo di una nenia ossessiva.
Li chiamano “pozzi cantanti” e sono divenuti un’attrazione turistica. Oggi i tour operator pagano i Borana per mostrare ai clienti i pozzi in funzione. E poco importa se durante la stagione delle piogge queste cavità non vengono usate perché le mandrie di capre e di cammelli si abbeverano nella savana.
Quando giunge una comitiva di turisti, i giovani del villaggio si
affrettano a mettere in moto l’organizzazione del pozzo e cantano come vuole la tradizione.
Anche senza bestiame. L’acqua passa di mano in mano, rallenta per farsi fotografare, e quando giunge in superficie, viene buttata via. Alla fine sono tutti contenti: i ragazzi Borana che raggranellano qualche soldo e i turisti occidentali che hanno l’opportunità di fotografare, fuori stagione, un suggestivo «rito tribale».
Il potere del denaro
     I visitatori occidentali nella Valle dell’Omo
possono assistere a feste ancestrali, danze comunitarie, cerimonie di matrimonio, persino riti iniziatici. Purché paghino. Nei villaggi degli Hamer, un popolo molto pubblicizzato sui depliant turistici, al prezzo di trecento birr si possono vedere e fotografare giovani che ballano, al suono di canti e trombe, adornati con le tradizionali vesti di capra e collane di perline e conchiglie.
Sborsando il doppio dei soldi, ci si assicura un posto in prima fila per il “jumping”, la cerimonia più importante per la vita sociale degli Hamer: è il rito che segna il passaggio all’età adulta dei
giovani, i quali sono chiamati a mostrare forza e coraggio saltando con agilità, senza mai cadere, sulla groppa di sei tori sistemati uno affianco all’altro. Un rito ancestrale che oggi è anche diventato un’opportunità di business per gli Hamer. «Alcuni viaggiatori possono essere infastiditi o addirittura scioccati dalla natura apparentemente mercenaria di alcune popolazioni», avverte la guida Lonely Placet dell’Etiopia. «Bisogna però ricordare che il turismo può essere il mezzo attraverso il quale i diversi gruppi etnici traggono sostentamento economico e riescono a conservare le loro tradizioni».
Tutti in posa
     «Anche la Valle dell’Omo è stata violata, l’incontro con la gente dei villaggi non è certo spontaneo, né innocente», concorda il giornalista e viaggiatore Andrea Semplici.
Dai Dassanetch agli Erbore, dai Karo ai Banna, dagli Tzamai ai Konso, non c’è popolazione di questa regione remota dell’Etiopia che sia rimasta indifferente ai soldi dell’industria turistica. «Noi bianchi arriviamo carichi di macchine fotografiche e soldi, loro lo sanno bene e il solo rapporto possibile, nel poco tempo che un turista passa in un villaggio, è solo “di mercato”: soldi per le foto, soldi per le danze.
Questa è la semplice realtà», scriveva dieci anni fa Semplici nella sua guida sull’Etiopia (Clup Utet 1996). Oggi la realtà si è fatta forse più complessa e problematica. Appena l’auto di un tour operator entra in un villaggio, si scatena il pandemonio. La gente si spintona per farsi fotografare, urla forsennata, afferra il turista con le mani per non farselo sfuggire. Contratta il compenso e si mette in posta nelle posizioni più pittoresche e improbabili, assecondando le richieste spesso bizzarre dei visitatori.
«Nell’Omo il mestiere del modello è molto richiesto», commenta divertito un americano dotato di cinepresa. Di fronte al turista-fotografo c’è chi si mette un coltello tra i denti, chi fa finta di scagliare una lancia, chi impugna uno scudo da guerriero. «I locali sanno bene cosa vuole il bianco assetato di esotismo», annota l’antropologo Marco Aime. «Oramai non si stupiscono più di nulla». A
una donna viene chiesto di indossare un abito tradizionale fatto di piume, a un uomo di denudarsi davanti all’obiettivo.
Poco più in là, una ragazza è invitata ad arrampicarsi su un granaio, un’altra finisce sopra un albero a scrutare l’orizzonte. Pare davvero di trovarsi su un set fotografico. La gente del posto sopporta senza protestare l’intrusione dei turisti, recita – come vuole il copione del viaggio - la parte dell’”africano primitivo”. Ma rivendica giustamente un compenso per il lavoro.
Soldi senza sviluppo
     I più inflessibili nel riscuotere la parcella sono i Mursi, popolo di pastori e valorosi guerrieri,
che impongono un vero e proprio tariffario ai turisti di passaggio.
Richiedono almeno 2 birr per foto, il doppio se le persone ritratte sono due, esigendo banconote nuove di zecca e rifiutando sdegnati i biglietti usati. In alcuni villaggi Mursi il viavai dei visitatori occidentali è ininterrotto per settimane. Valanghe di soldi si riversano sulle comunità.
«Troppo denaro», commenta Feleke, guida turistica etiopica, che da molto tempo accompagna comitive europee nella Valle dell’Omo.
«I Mursi lo spendono per comprare vacche e kalashnikov, ma soprattutto
per fumare o ubriacarsi… il turismo ha stravolto le abitudini e sconvolto l’armonia di questa regione».
Feleke racconta che un tempo, nemmeno dieci anni fa, la popolazione locale accoglieva il turista con curiosità e sincera ospitalità. «Talvolta il villaggio era vuoto perché l’intera comunità si trovava nei campi o nei pascoli. Oggi nessuno lavora più. La gente preferisce attendere all’ombra delle capanne l’arrivo dei turisti. E’ un mestiere meno faticoso e più redditizio».
Peccato che questo flusso di soldi non serva a creare alcun tipo di sviluppo in una regione povera e perennemente esposta a carestie e calamità naturali.
I poveri restano poveri. «Così non può andare avanti» ammette Anna Dies, titolare di un tour-operator in Etiopia. «Le comunità locali
devono trarre beneficio dal turismo, ma in modo intelligente.
Dobbiamo ricondurre il viaggio nella Valle dell’Omo a una dimensione sostenibile e proficua, per la gente del luogo e per il turista… E’
urgente parlare coi capi-villaggio, accordarci su regole condivise e responsabili, chiedere ai nostri clienti di non regalare denaro, soprattutto ai bambini, esigere il rispetto delle differenze culturali. Tornare a considerare il viaggio come un’opportunità preziosa di crescita e di confronto». Altrimenti è meglio che ciascuno resti a casa propria.


LE IMMAGINI...

Un ragazzino di etnia Hamer si affaccia al finestrino di un’auto piena di turisti nella speranza di ottenere in regalo una penna, una caramella, una manciata di monete

I bambini Hamer imparano presto a guadagnarsi qualche soldo coi turisti e per ogni foto reclamano un giusto compenso

Nella Valle dell’Omo un gruppo di ragazzini sui trampoli spera di convincere a fermarsi i turisti di passaggio sulla strada: è uno dei trucchi ideati per raggranellare qualche soldo

Un ragazzino Borana posa orgoglioso davanti al cratere di El Sod, il più grande deposito di sale d’Etiopia

I Mursi, popolo-simbolo di un’Africa selvaggia e tribale, sono tra i soggetti preferiti dei turisti-fotografi.

Questi bimbi di etnia Erbore indossano dei copricapo fatti di zucche essiccate: sperano così di attirare l’attenzione dei turisti-fotografi

Una donna di etnia Karo posa sul promontorio che domina un’ansa del fiume Omo, nei pressi del suo villaggio, tappa obbligata dei viaggi organizzati dai tour operator

Tutte le persone fotografate per questo reportage hanno ricevuto un compenso per essere ritratte. Giornalisti, fotografi e cameraman raggiungono con regolarità la Valle dell’Omo per realizzare servizi di grande impatto visivo. Ma il loro passaggio lascia tracce pesanti

Le statue lignee waka onorano i capi e i valorosi guerrieri del popolo Konso. I turisti possono fotografarle ma devono pagare una sorta di tassa locale

Un gruppo di ragazzine di etnia Erbore, avvolte in un velo nero, in posa per il turista. Il compenso richiesto da ciascuna per la foto è di 1 birr, circa 8 centesimi di euro

Statuette di legno e altri oggetti artigianali vengono proposti, per pochi soldi, dai bimbi ai visitatori occidentali

Nella Valle dell’Omo il viaggiatore occidentale che impugna una macchina fotografica deve pagare per ogni scatto

I Karo sono maestri nell’arte di acconciarsi. La fantasiose pitture corporali vengono ravvivate ogni giorno per la gioia dei turisti-fotografi

Splendide e fiere, le donne Hamer, vestite di pelli di capre ornate da conchiglie, non disdegnano di farsi fotografare dai visitatori occidentale. Ma esigono un compenso

Nella Valle dell’Omo, i visitatori hanno l’opportunità di venire in contatto con diversi popoli, tutti oramai votati all’industria turistica

Molti popoli dell’Omo esigono di essere pagati con denaro nuovo di zecca. Le banche locali lo sanno e forniscono ai turisti mazzette di lucidissime banconote di piccolo taglio.







Tutti i diritti sono riservati.
E' vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi e delle immagini, senza l'autorizzazione scritta dell'autore.
E-mail: info@reportafrica.it.
Realizzato da www.kridea.com.
Elenco Totale Articoli

Warning: getenv() has been disabled for security reasons in /var/www/www.reportafrica.it/reportages.php on line 144