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CREDERE A KINSHASA

Reportage dal cuore malato (e devoto) dell’Africa




È una delle più grandi e controverse metropoli africane. Vetrina impietosa di un Paese allo sbando. Dove manca tutto, tranne la fede

Questa mattina un breve temporale ha trasformato Kinshasa in una spaventosa latrina. I canali di scolo delle fogne, gonfi fino a scoppiare, hanno riversato sulle strade valanghe di escrementi. Le case si sono riempite di rifiuti e di ratti. Mezz’ora di pioggia è bastata a mettere in ginocchio la più disastrata capitale dell’Africa.
Nelle bidonville l’acqua si è portata via decine di baracche.
A Mont Ngafula è venuta giù un’intera collina, l’ennesima tragedia in questa dannata stagione delle piogge.
Il bilancio provvisorio, secondo le autorità, è di una quarantina di morti. Ma l’emergenza non è ancora passata, e la radio raccomanda alla popolazione di non muoversi. Troppo tardi. Otto milioni di persone sono paralizzate in una gigantesca palude. I boulevard che portano in centro sono bloccati. Ovunque si vedono auto con le carrozzerie sventrate, camion carichi di gente inzuppata, pulmini che affondano nella terra limacciosa. Grappoli di bimbi infreddoliti stanno abbarbicati sui paraurti sbilenchi. Dietro, a boccheggiare nell’aria avvelenata dagli scarichi, uomini e donne con lo sguardo rassegnato spingono a mano le carcasse dei veicoli senza vita, nel vano tentativo di uscire dal pantano. È un concerto assordante di clacson, coi vigili che fischiano disperati, come arbitri inermi in mezzo ad una rissa. Scene di ordinaria confusione in questa giungla metropolitana senza più confini né leggi. Vetrina impietosa di un Paese allo sbando. Dove non c’è nulla, ma proprio nulla, che funzioni come dovrebbe.
Morire per niente
     I trasporti pubblici non esistono, gli ospedali cadono a pezzi, le scuole perdono per strada alunni e insegnanti. Ed è inutile lamentarsi, perché non c’è nessuno a cui chiedere conto del disastro. Gli uffici amministrativi sono scatoloni vuoti, desolanti monumenti all’inefficienza e alla burocrazia. I dipendenti statali, da mesi senza stipendio, si sentono legittimati a rubare. I peggiori sono i
soldati che volteggiano come avvoltoi agli incroci, pronti a taglieggiare chiunque capiti tra le loro mani. Non hanno un granché da arraffare.
Il reddito annuo pro capite nella Repubblica Democratica del Congo è di 120 dollari, e gran parte dei 58 milioni di abitanti vive sotto il livello di povertà. I pochi fortunati che dispongo di un impiego sicuro guadagnano meno di due euro al giorno. Salari da fame. Nelle case manca luce, acqua, gas. E cibo. La gente tira avanti con il fufù, la tipica polenta a base di manioca, un piatto povero che serve solo a riempire la pancia. Nei giorni di festa, per chi se li può concedere, si mangiano banane fritte e pesci del fiume Congo. Oppure si fa un salto al mercato per acquistare scimmie abbrustolite, cavallette al miele, serpenti allo spiedo, larve avvolte in foglie di banano. «Il popolo affamato di Kinshasa sta saccheggiando quel che resta delle foreste circostanti», spiegano gli esperti americani della Bushmeat Crisis Task Force, preoccupati per l’evidente degrado ambientale. «La miseria dilagante spinge a cibarsi di insetti e piccoli animali selvatici… Tra dieci anni, coi ritmi di crescita attuali, la capitale congolese avrà 25 milioni di abitanti. Una pressione demografica insostenibile. A quel punto non ci sarà più cibo per nessuno».
Già oggi non si scherza. Il 30% della popolazione è malnutrita. Due bambini su dieci non arrivano a compiere i 5 anni di età. «Muoiono a causa della malaria, della dissenteria o di qualche altra malattia che nessuno si prende la briga di curare né indagare», chiarisce il dottor Muteba all’ospedale generale di Ndjili. «E chi riesce a sopravvivere non ha davanti un bell’avvenire». Le strade di Kinshasa, già intasate per il traffico, sono perennemente occupate dai cortei funebri. In ogni dove si incrociano schiere di giovani urlanti che portano a spalla le bare dei loro coetanei. I vecchi non esistono. Qui l’aspettativa di vita, in discesa costante da mezzo secolo, è di soli 44 anni. E il rischio di morire per carenze sanitarie è cinquecento volte più alto che in Europa.
Furto di Stato
     Numeri scandalosi per un Paese tra i più ricchi al mondo di risorse naturali, il cui territorio - vasto otto volte l’Italia - è traboccante di legname pregiato e di minerali preziosi (diamanti, oro, uranio, rame, coltan, per citarne solo alcuni) che fanno gola alle grandi potenze mondiali, dagli Usa alla Cina. Basterebbe usare una minima parte di questa immensa fortuna per risollevare le sorti della nazione. Ma le ricchezze finiscono da sempre nelle tasche di pochi uomini, avidi e corrotti.
A prosciugare la casse statali, per oltre trent’anni (1965-97), è stato il generale Mobutu Sese Seko, uno dei dittatori più spietati della storia africana, capace di accumulare nelle banche svizzere un patrimonio personale stimato in 7 miliardi di dollari.
Dopo la sua caduta il Congo è piombato in una sanguinosa guerra civile (tre milioni e mezzo di morti, secondo le stime dell’Onu) che ha coinvolto un groviglio di eserciti stranieri e milizie locali smaniosi di depredare il bottino. Ancora oggi le regioni orientali del Paese, al confine con Uganda e Ruanda, sono martoriate dai combattimenti tra i soldati regolari e gruppi ribelli, dietro cui si celano gli interessi di multinazionali occidentali e di governanti africani. In mezzo, a prendersi le pallottole, c’è la popolazione del Nord Kivu stremata dalla fame e dalle epidemie di colera. E 17mila caschi blu inviati dalla comunità internazionale, il più grande contingente di pace di tutti i tempi, incapaci di porre fine ai saccheggi, agli stupri, al flusso dei profughi che vagano nella foresta in fuga dalla guerra.
I politici locali - oltre seicento senatori e deputati tra i meglio remunerati al mondo - assistono inerti alla carneficina dei civili. «Forse la ritengono ineluttabile o forse sono semplicemente troppo distanti per sentirsi coinvolti», ironizza il quotidiano indipendente Le Phare. Non è solo una provocazione giornalistica: i governanti congolesi - capitanati dal Presidente Joseph Kabila, 36 anni, il più giovane capo di Stato al mondo - si trovano a duemila chilometri di distanza dalla guerra, nei palazzi del potere di Kinshasa, dall’altra parte del Paese rispetto alla zona dei combattimenti. Passano il loro tempo in noiosissime sedute parlamentari (che la tivù di Stato trasmette ogni giorno, come le puntate di una telenovela) durante le quali parlano per ore di “pacificazione”, di “svolte democratiche”, di “rilancio dell’economia”… mentre il Congo sprofonda sempre più nel baratro.
L’arte di arrangiarsi
     La gente tira avanti come può: vive di espedienti, lavoretti a giornata, piccoli commerci. Molti passano il tempo sulla strada a vendere qualcosa: vestiti usati, sigarette, fazzoletti di carta, uova sode, sacchetti pieni d’acqua o di benzina. Ma c’è anche chi noleggia le proprie scarpe, chi affitta i ripiani del frigorifero di casa, chi riempie di sassi le buche sulla strada, chi cambia dollari o euro in mazzette sudice di banconote locali. Gli studenti universitari, per pagarsi gli studi, si offrono di scrivere lettere e compilare documenti per plotoni di analfabeti.
Gli handicappati in carrozzella vivono di traffici illegali sul traghetto che collega Kinshasa a Brazzaville. Le donne trasformano le stamberghe in cui vivono in rinomati saloni per acconciature ed estetica. E all’ingresso dei palazzi pubblici non manca chi si propone di fare la fila a pagamento, in nome e per conto dei clienti, davanti agli sportelli-trappole che sequestrano i cittadini per giorni.
Kobeta libanga, “cavarsela in qualche modo”, è l’arte che imparano, sin da piccoli, i figli di Kinshasa. Nessuno si aspetta un aiuto dallo Stato. Ma tutti confidano nel soccorso del cielo. «Cinquant’anni di malgoverno hanno annientato la fiducia nelle istituzioni e contribuito, paradossalmente, ad alimentare la fede religiosa», spiega la studiosa Émilie Ngasho Raquin. «Di fronte alle sciagure provocate dall’uomo, il popolo avvilito implora l’intercessione divina: l’ultimo appiglio per non precipitare nella disperazione».
Febbre religiosa
     Dietro il presunto risveglio spirituale del Congo, la dilagante “febbre religiosa” evocata dai giornali locali, si celano milioni di persone sfiduciate che vanno in chiesa solo per invocare qualche miracolo.
A nutrire la speranza sono i pastori evangelici che promettono prodigi e mandano i fedeli in trance. «Milioni di congolesi sono poveri e ignoranti: un serbatoio prezioso per predicatori senza scrupoli, assetati di denaro», denuncia Jean Bwatshia Kambayi, professore di storia all’Università di Kinshasa. La gente affolla i capannoni delle nuove sette apocalittiche e pentecostali che minacciano il tradizionale primato cattolico nel Paese. Le chiamano Églises du Réveil, Chiese del Risveglio. A Kinshasa se ne contano centinaia.
I cartelloni sulla strada reclamizzano l’Esercito della Divina Provvidenza, La Misericordia della Prosperità, Il Popolo Eletto del Tabernacolo, La Luce delle Meraviglie, La Promessa di Geremia… un’accozzaglia di fantasiose citazioni bibliche. «Sembra un supermercato della fede, o meglio una fabbrica dei sogni», commenta Paul Delanaye, un anziano missionario belga. «Ciascuna setta offre ai propri seguaci un impasto originale di precetti cristiani, credenze animiste e ataviche superstizioni». Una ricetta che pare irresistibile. «I primi a proporla sono stati, una ventina di anni fa, alcuni predicatori provenienti dagli Stati Uniti. Il loro proselitismo ha fatto germogliare in Congo schiere impressionanti di nuovi leader religiosi».
I nuovi salvatori
     Ogni giorno spuntano improbabili salvatori neri che danno vita a nuove Chiese. Nel distretto di Kimbanseke c’è un pastore farneticante, vestito con una gonnella di rafia, che danza per tre ore brandendo il crocifisso come una spada. La gente di Lingwala va pazza per un giovane predicatore che sfoggia una mano con sei dita – un segno divino, pare – impreziosita da anelli brillanti. A Massina è molto popolare un prete-cantante che tiene “concerti spirituali” in cui dispensa benedizioni usando un biberon ripieno d’acqua santa. Tra le casupole di Matete si cela la congregazione di un potente esorcista che squarcia i polli e sputa sangue per liberare dal male i suoi discepoli. A Salongo il primato della fama è conteso tra l’apostolo Ignace Tambu Lukoki, «Ministro della Fede Audace», e il Reverendo Barbuti, «Messia Predestinato», specializzato in guarigioni impossibili.
In ogni quartiere di Kinshasa i sedicenti profeti di Cristo fanno a gara a rastrellare soldi e discepoli senza lesinare colpi di spettacolo. «Riempiono gli stadi con show spumeggianti in cui si alternano preghiere, musica, magia. E a volte si concludono con fuochi d’artificio», riferisce José Mvuezolo Bazonzi, giovane ricercatore di Kinshasa che ha condotto un approfondito studio sulle Chiese del Risveglio. «Le sette congolesi danno vita ad una sfida mediatica e spirituale senza eguali nel mondo».
Per rendersene conto basta accendere la televisione a Kinshasa, mentre fuori la pioggia riprende a scrosciare con forza. Solo il telegiornale governativo parla dei disastri provocati dall’acquazzone. Sugli altri canali si vedono predicatori esagitati che urlano, imprecano, sfoggiano un’oratoria incendiaria. Il più scatenato di tutti è un omaccione in giacca e cravatta, madido di sudore, che impugna rabbioso il vangelo e invoca l’aiuto del Signore. È il capo di una nuova Chiesa che promette miracoli: «L’Inaffondabile Arca di Noè». Ci voleva lui per salvare Kinshasa dal diluvio.


L'AUTORE DELLE FOTO
La gran parte delle immagini che illustrano questo reportage è stata realizzata dal fotografo Marco Garofalo, amico e compagno di viaggio in Africa. Visitate il suo sito internet: www.marcogarofalo.com


Cattolici in crisi
     Il proliferare delle sette cristiane minaccia il tradizionale primato cattolico in Congo (trenta milioni di battezzati: un record assoluto per l’Africa). La Chiesa di Roma ha una presenza secolare e ben radicata nel Paese. Può contare su 1.300 parrocchie, undicimila religiosi consacrati e oltre cinquemila sacerdoti disseminati in 47 diocesi. Ma subisce da dieci anni una inarrestabile emorragia di fedeli.


La Chiesa del potere
     La più diffusa Chiesa indipendente del Congo è la “Chiesa di Gesù Cristo sulla terra attraverso il suo inviato speciale Simon Kimbangu". Un’istituzione potente e dinamica. Venne fondata in epoca coloniale da Simon Kimbangu, un coltivatore di tabacco cresciuto sotto l’ala dei missionari protestanti, autoproclamatosi «Redentore dei Neri». Oggi vanta 5 milioni di seguaci in Africa, 17 milioni in tutto il mondo. E tra loro spiccano numerosi personaggi influenti come il Presidente della Repubblica, Joseph Kabila.



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