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IL LUNGO MARTEDI' NERO DI NAIROBI

Giorni d’angoscia dopo l’illusione del miracolo finanziario

Per cinque anni la borsa del Kenya ha registrato crescite record, facendo sognare migliaia di piccoli risparmiatori. A spezzare l’incantesimo ci ha pensato la crisi politica locale e il crollo della finanza mondiale

Il cuore finanziario del Kenya batte ormai silenzioso. Nulla è rimasto del vecchio bazar degli affari, coi suoi mercanti scalmanati e sudaticci che urlavano nelle cornette dei telefoni. Oggi negli uffici del Nation Center, avveniristico palazzo nel centro della capitale, si respira aria di efficienza e di modernità. La grande lavagna bianca che illustrava l’andamento del mercato ha lasciato il posto a un tabellone elettronico collegato ai computer. Anche i broker con le giacche di cotone rosso – ultime icone dell’epoca coloniale - sono andati in pensione, spazzati via dal gelido vento della finanza globale.
Il salone delle contrattazioni è rimasto deserto: non c’è più nessuno che si agiti come un ossesso mimando i segni delle azioni, nessuno che gridi a squarciagola per comprare o vendere i titoli.
«Anche qui ci siamo adeguati ai tempi», spiega orgoglioso un agente di cambio, camicia bianca inamidata e sguardo inchiodato al monitor del pc. «Ora gli investitori possono inviare ordini e scambiarsi i titoli stando comodamente seduti alla propria scrivania. Come a New York, Tokyo e Francoforte». Le transazioni avvengono per via telematica: basta una semplice mail o un sms per spostare enormi quantità di denaro. Tutto più semplice e veloce. «È una rivoluzione tecnologica epocale che rende il mondo degli affari davvero a portata di mano… Peccato che siano in pochi ad approfittarne: sul mercato regna la paura».
Un anno terribile
     La Nairobi Stock Exchange - la più antica borsa valori dell’Africa nera (venne aperta nel 1954) - ha scelto il momento sbagliato per rifarsi il trucco. L’anno appena concluso sarà ricordato per il crac finanziario, la crisi delle banche, lo spettro della recessione. Dal Sudafrica all’Egitto, tutti i principali listini del continente sono stati colpiti dall’onda lunga dello tsunami di Wall Street. «Ovunque ci sono stati forti ribassi, ma poteva andare molto peggio», fa sapere l’economista keniano Jackson Mbari. «I mercati emergenti africani, ancora poco esposti a livello internazionale, sono stati solo sfiorati dal ciclone subprime che ha fatto disastri in tutto il mondo».
L’arretratezza finanziaria del continente ha permesso di contenere i danni della crisi, ma non è bastata a proteggere i risparmiatori. In sei mesi, nella piazza di Nairobi (quarta borsa africana per volume di scambi, dopo Johannesburg, Il Cairo e Lagos) sono stati bruciati 400 miliardi di scellini, circa 4 miliardi di euro, mentre l’indice dei principali titoli azionari, la Nse 20, è crollato del 30%. «Le cose hanno cominciato a mettersi male prima che scoppiasse lo scandalo dei “titoli spazzatura” statunitensi», precisa Diana Gichaga, responsabile delle relazioni pubbliche della borsa keniana. «Un anno fa abbiamo dovuto fare i conti con un’altra devastante calamità: la peggiore crisi politica e sociale della nostra storia». Le violenze scoppiate all’indomani delle ultime elezioni politiche (contrapposti il presidente uscente Mwai Kibaki e lo sfidante - e attuale premier - Raila Odinga) causarono oltre 1500 morti, 600mila sfollati e danni per decine di milioni di dollari. «All’improvviso si scatenò una terribile furia distruttiva che fece piombare Nairobi nel caos», ricorda Miss Gichaga. «Le attività economiche si bloccarono, i banconi dei supermercati si svuotarono, i prezzi degli alimenti e della benzina schizzarono alle stelle: le conseguenze finanziarie furono inevitabili».
Il giorno del crac
     Gli investitori stranieri - che possedevano circa il 20% del listino azionario - fuggirono a gambe levate non appena annusarono aria di bruciato. Anche i piccoli azionisti keniani cercarono di mettere in salvo i loro risparmi, ma la situazione precipitò troppo in fretta. «Il panico scoppiò martedì 29 gennaio 2008», racconta James Makau, cronista del Business Daily. «La radio aveva appena trasmesso la notizia dell’uccisione di Melitus Were, un deputato dell'opposizione, e il Paese sembrava destinato a scivolare nel baratro. Fin dalle prime ore del mattino una moltitudine impressionante di azionisti si precipitò a riscuotere le cedole. In poche ore si volatilizzarono 40 miliardi di scellini, un tracollo senza precedenti».
Per arrestare l’emorragia, le autorità furono costrette a sospendere le attività di vendita. Ma era come mettere un cerotto a una diga che stava per crollare. «Non avevo mai visto nulla del genere», racconta Martin Fundi, mediatore della Solid Investment. «La gente smaniava di liberarsi delle azioni, come se fossero delle bombe ad orologeria… Tutti correvano verso l’uscita della borsa, imprecando e sgomitando, ma la porta era troppo stretta».
Quel giorno - il “martedì nero” africano, il peggiore della storia finanziaria del continente - centinaia di migliaia di keniani si svegliarono all’improvviso da un sogno dorato lungo cinque anni.
«Fu uno shock tremendo ma servì ad aprirci gli occhi», dice il professor Chege Waruingi, presidente dell’autorità di controllo dei mercati finanziari. «Fino a quel momento la Nairobi Stock Exchange aveva avuto una crescita esplosiva che aveva permesso a molte persone di arricchirsi. Ma l’euforia aveva appannato la vista di analisti e investitori. Nessuno si era accorto che i valori di partenza delle azioni erano bassissimi».
Il sistema, insomma, era fragile. Le società quotate erano solo una cinquantina, il volume degli scambi modesto, gli speculatori avevano gioco facile a gonfiare i numeri che polverizzavano ogni record. Dal 2002 al 2007 l’indice azionario dalla Nse era cresciuto del 513%, addirittura «del 787% rispetto al dollaro», secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s che non a caso indicava Nairobi tra i mercati emergenti più redditizi del mondo.
La fine del suk
     L’inizio del boom era coinciso con la caduta del regime di Daniel arap Moi (1978-2002), protagonista inglorioso di decenni di stagnazione economica e politica. «Sotto la dittatura, il mercato finanziario assomigliava ad un suk dove era facile incappare in truffe e raggiri di ogni tipo», rammenta un vecchio trader della borsa. Non c’era trasparenza, la corruzione era diffusissima, gli organismi di controllo inefficaci. «Ogni tanto scoppiava uno scandalo: un clamoroso caso d’insolvenza, una truffa contabile, qualche agente di cambio fuggito coi soldi di un cliente… Ma presto tutto tornava come prima».
La svolta è arrivata con la democrazia e l’annunciata riforma del mercato. Nel primo anno del nuovo governo l’indice azionario era già raddoppiato.
«Finalmente, dopo una lunga stagione di ribassi, i titoli cominciarono una corsa che pareva inarrestabile», annota The Exchange, il magazine ufficiale delle borse dell’Africa orientale. «Il listino volava sull’onda dell’entusiasmo, sostenuto dalla rinnovata fiducia degli investitori e da una crescita economica vicina al 7%». In meno di cinque anni la capitalizzazione di Nairobi decuplicò, passando da 82 a 820 miliardi di scellini (circa 8 miliardi di euro). Buona parte dei soldi arrivava dalla diaspora keniana (nel 2006 le rimesse degli emigrati superarono il miliardo di dollari), ma crescevano anche gli investimenti del nuovo ceto medio urbano: alla fine del 2007, secondo la Banca Centrale del Kenya, almeno ottocentomila cittadini avevano aperto un deposito titoli.
Cinema Paradiso
     A testimonianza di tanta vivacità, tutte le mattine davanti alla sede Nairobi Stock Exchange si radunava una folla di persone che scalpitavano per conoscere l’andamento del mercato. «Al primo piano del palazzo c’era una specie di cinema dove i piccoli risparmiatori potevano seguire in diretta le performance delle loro azioni», riferisce oggi una guardia all’ingresso. «La gente faceva la fila sul marciapiede per non perdersi l’inizio delle proiezioni». C’erano donne in tailleur eleganti, uomini d’affari incollati ai cellulari, commercianti asiatici col turbante. Ma anche semplici impiegati coi volti assonnati e le giacche stropicciate. La febbre della borsa aveva contagiato chiunque avesse da parte un gruzzolo di denaro.
Persino i contadini sulle colline Ngong vendevano bestiame e terreni per comprare titoli. E qualcuno tra loro scendeva in città coi matatu, gli affollati pulmini locali, per non perdersi l’incredibile show della borsa. Alle dieci in punto, quando aprivano le porte del “cinema”, tutti correvano per accaparrarsi i posti in prima fila. Le sedie vuote sparivano in un attimo, le luci si spegnevano, la gente tratteneva il respiro, e nella sala calava il silenzio.
Sullo schermo bianco comparivano dei numeri incolonnati: una sfilza infinita di cifre che crescevano, crescevano sempre di più. «Ogni giorno era lo stesso entusiasmante spettacolo», ricorda con tono nostalgico John Kyalo, professore in pensione col pallino per gli affari. «Era come vedere un film già visto ma sempre piacevole… Alla fine ci sentivamo tutti leggeri e soddisfatti. In fondo avevamo assistito ad un piccolo miracolo: la moltiplicazione dei nostri risparmi».
Bei tempi, quelli. I telegiornali della sera davano notizia di gente comune diventata ricca grazie a qualche fortunato investimento, il governo tagliava le tasse sulle rendite, le banche concedevano prestiti azionari anche a chi non era mai riuscito ad ottenere un credito. Il miracolo della borsa aveva alimentato una passione incontenibile: bastava che un’azienda annunciasse di voler entrare nel mercato, o che il governo avviasse la privatizzazione di un ente statale, per far scatenare la caccia selvaggia alle sospirate azioni.
Intanto a Kibera...
     Nella primavera del 2006 la domanda per i titoli della KenGen (la compagnia elettrica nazionale) era stata tre volte più alta rispetto alla disponibilità del mercato. «I risparmiatori avevano assediato per giorni i nostri sportelli», racconta un impiegato della Banca d’investimento Suntra. «All’uscita i più fortunati sventolavano trionfanti i certificati di acquisto come se avessero tra le mani il biglietto vincente della lotteria… A raccontarle ora, quelle scene paiono irreali».
La sbronza finanziaria è durata più del previsto. A un certo punto, com’era prevedibile, gli scossoni della vita reale hanno riportato tutti coi piedi per terra. Anche chi stava rinchiuso nel “piccolo cinema paradiso” di Kimathi Street ha dovuto fare i conti con la dura realtà.
«Un anno fa hanno cominciato a proiettare pellicole drammatiche, thriller, film dell’orrore… cose mai viste e che nessuno avrebbe mai voluto vedere», scherza Kevin Mangi, programmatore in una società di software, che è riuscito contenere le perdite del suo portafoglio. «A conti fatti ho perso quello che avevo guadagnato prima… Ma ad altri è andata peggio: ho visto gente distrutta, con gli occhi umidi, lo sguardo incredulo, perso nel vuoto… Non era divertente passare il tempo a guardare i propri soldi andare in fumo». In breve tempo, il pubblico si è dileguato e il cinema ha dovuto chiudere i battenti.
Oggi in quella sala si tengono lezioni di finanza per scolaresche annoiate provenienti dai migliori collage di Nairobi. Seduti al posto dei piccoli azionisti ci sono i giovani rampolli della buona borghesia keniana, ma soprattutto i figli dei mercanti indiani e degli impresari inglesi che si sono arricchiti negli anni del boom economico.
A ben guardare, la Nairobi Stock Exchange assomiglia ad un circolo esclusivo, uno di quei country-club sulle colline della capitale dove i ricchi si ritrovano per il drink serale. E non c’è nulla da stupirsi: l’80% della popolazione urbana continua a vivere sotto il livello di povertà nelle sterminate bidonville di Kibera o Korogocho, ammassata in maleodoranti baracche di lamiera senza elettricità né acqua corrente. Gli altri, quelli che riescono a risparmiare qualcosa, se ne stanno saggiamente lontani dalla borsa.
Chi si è preso i risparmi?
     Il clima economico si è raffreddato, la congiuntura internazionale resta sfavorevole, il Fondo Monetario ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita. E poi c’è l’inflazione - arrivata anche al 28% - che ha prosciugato la liquidità della classe media. «Bisogna essere ottimisti, il peggio è ormai alle spalle», assicura il promotore finanziario David Murithi. «Le quotazioni delle azioni hanno toccato il fondo mentre le società godono di buona salute: questo è il momento giusto per investire». Sono in pochi a crederci, a giudicare dallo scarso volume degli scambi.
L’ultimo fuoco d’artificio risale al marzo scorso, con l’offerta pubblica di acquisto della Safaricom, il gigante della telefonia mobile: è stata la più importante operazione finanziaria mai realizzata in Africa. Un’illusione durata poco. Oggi la borsa è un’altalena nervosa: un giorno sale, l’altro scende. Non ci sono scossoni ma neppure sedute esaltanti. È una fase di assestamento, spiegano gli analisti. Passerà anche questa. Un giorno il listino riprenderà a volare. Ma ci vorranno mesi, forse anni, per riprendersi dalla batosta, e comunque l’incantesimo della finanza sembra essersi spezzato nel cuore dell’Africa.
«Sognavamo di diventare come l’America, ora ci siamo riusciti», commenta amaro Daniel Shawn, ex impiegato alle poste, che in poche settimane s’è visto prosciugare la propria liquidazione. «Non posso far altro che aspettare e pregare: se toccassi adesso le mie azioni perderei una montagna di soldi».
Suo cugino Chris, più giovane e sprovveduto, ha rinviato le nozze per entrare in borsa. «Io non ci capisco nulla di soldi, mi sono fidato degli esperti, ho creduto che fosse un investimento sicuro», spiega per discolparsi. Il piccolo talismano di legno che fa scivolare nervosamente tra le dita non è servito a salvargli i risparmi né il matrimonio. «È un feticcio kikuyu, l’ho comprato da poco», dice. «Dovrebbe scacciare la sfortuna e attirare i soldi. Spero che funzioni».
Nessun magico amuleto può rincuorare il signor Ndungu, sessant’anni, capelli radi e brizzolati, una vita passata a scarrozzare i turisti col suo taxi. «Ho perso tutto quello che avevo guadagnato con sacrifici immensi, investendo in una società che esporta tè e caffè», confida. «Mi hanno spiegato che il raccolto è stato un disastro. E che i wazungu, gli uomini
bianchi, hanno ridotto i consumi per colpa della crisi. Io non ci credo. I soldi non spariscono nel nulla, qualcuno s’è rubato i miei risparmi». Di certo qualcuno s’è portato via il suo sorriso. E non c’è verso di farglielo tornare.



DIDASCALIE

Basta un computer collegato ad internet per osservare in diretta l’andamento negativo della borsa di Nairobi

Nella sala-auditorium della borsa - un tempo adibita a cinema per gli azionisti - oggi si tengono lezioni di finanza per gli studenti dei migliori collage di Nairobi

Il mediatore David Murithi della banca d’affari Suntra: il suo ufficio si trova nello stesso palazzo che ospita la borsa di Nairobi

La pubblicità di un’offerta pubblica di azioni bancarie. «L’informazione è alla base di ogni buon investimento», ammonisce Chega Waruingi, presidente dell’autorità di controllo sui mercati finanziari

Tre keniani ingaggiati per pubblicizzare sulla strada le offerte della Safaricom, colosso della telefonia mobile che domina il listino della borsa di Nairobi

Una veduta sulla distesa di baracche di Kibera. Gli abitanti di questo slum vivono nell’estrema povertà: per loro è impossibile risparmiare e investire in borsa

Polo economico dell’Africa orientale, Nairobi è una città moderna e vibrante. Piena di contraddizioni

La metà dei 37 milioni di abitanti del Kenya vive al di sotto della soglia di povertà e dispone di poco più di un euro al giorno per sopravvivere

Sguardi disillusi sul tabellone elettronico che mostra l’andamento del mercato. La parabola della borsa di Nairobi è iniziata prima della crisi finanziaria globale: già nel gennaio 2008 il mercato arrivò ad un passo dal collasso




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