Marco Trovato
Reporter Indipendente


Reportages
  Asmara Express
Bambini Maledetti
Bare del Ghana
Bijagós
Boavista
Casamance
Credere a Kinshasa
Dogon
Eritrea libera
I segreti delle oasi
Il Paradiso della Corsa
Il genio del cioccolato
Islam Nero
La borsa di Nairobi
La città della musica
La diga di Bujagali
La guerra dei rifiuti
La guerra del biliardo
La leggenda del santo allenatore
La nuova Libia
Le isole del cacao
Liemba
Luanda, la rinascita
Magico Sudafrica
Missionari nel Sahara
Mogamma
Mozab
Muezzin del Cairo
Nel regno del Barotseland
Piccoli mendicanti di Allah
Pigmei
Radio Mali
Rasta d'Etiopia
Rose in Etiopia
Sahara algerino
Saharawi
Sapeurs
Shalom Uganda
Skate Uganda
Sudafrica, Dance For All
Touba
Tuareg
Un calcio ai pregiudizi
Una Chiesa nell’oceano
Valle dell'Omo
Viaggio nel Buio



MOGAMMA, INCUBO EGIZIANO

Viaggio nell’inferno della burocrazia araba

Il palazzo dell’amministrazione statale al Cairo è un labirinto di sportelli e uffici caotici. Un crudele rompicapo per cittadini inermi costretti a implorare i burocrati per ottenere un banale certificato. Ma questo tormento potrebbe finire presto

Al Cairo c’è un mostro di cemento chiamato “Mogamma”. È alto cinquantacinque metri e largo come un campo da calcio. Imponente, minaccioso, angosciante. Mette paura solo a guardarlo. Raccontano che sia capace di inghiottire, e tritare senza pietà, ogni giorno ventimila persone.
Nel suo ventre nasconde le micidiali trappole della burocrazia egiziana.
Millequattrocento uffici pubblici, sessantacinque dipartimenti amministrativi, quindicimila impiegati statali dispersi su tredici piani: uno spaventoso guazzabuglio di sportelli e cancellerie raggruppati in modo sconclusionato, un labirinto inestricabile di corridoi laidi e bui che finiscono nel nulla, un crudele rompicapo per gente smarrita alla disperata ricerca di una via di fuga.
Il nome “Mogamma” deriva dal termine arabo majma: significa “unito”, “legato”, “messo insieme”. Ma la parola nel vocabolario egiziano ha acquisito un significato ben più sinistro. «Ogni volta che la sento nominare, mi si gelano le vene»,
dice Ismail Farag, 50 anni, agente di commercio, condannato dal suo lavoro a frequentare quella che lui chiama la «fortezza dell’assurdo».
«Là dentro ho vissuto tribolazioni impossibili da dimenticare. Battibecchi furenti con funzionari incapaci, attese inutili e snervanti, trafile contorte e umilianti… Un’odissea senza fine. L’ultima volta, il mese scorso, ho impiegato quasi una settimana per farmi rilasciare un banale documento. Scandaloso!».
Odiosa burocrazia
     Che la burocrazia egiziana sia terribile è un fatto noto. Colpa dei governanti che per decenni hanno fatto a gara nel gonfiare le fila degli impiegati pubblici. L’apparato statale - cresciuto a dismisura in nome del centralismo e del clientelismo - contribuisce a complicare la vita della popolazione e, di fatto, impedisce ogni tentativo di ammodernamento della nazione.
Il Mogamma è l’icona di questa paralisi: un monumento all’immobilismo della faraonica amministrazione egiziana. I cittadini se ne stanno volentieri alla larga dai suoi insidiosi sportelli e quando devono sbrigare qualche pratica, inventano mille scuse per rimandare l’incombenza.
Ma poiché i documenti ufficiali che accompagnano l’esistenza di ognuno, dai certificati di nascita a quelli di morte, sono custoditi lì dentro, tutti gli egiziani - volenti o nolenti - sono obbligati a fare i conti col Mogamma: tutti, prima o poi, devono farsi coraggio e presentarsi di buon’ora davanti al colossale monolite grigio, ormai annerito dallo smog, che troneggia nella centralissima piazza Al-Tahrir, a pochi passi dal Nilo e dal Museo Egizio. «I misteri dei faraoni stavano rinchiusi nelle piramidi, quelli dell’Egitto moderno si trovano in questo orribile parallelepipedo», mi avverte Osman Awad, uomo d’affari egiziano, conducendomi al cospetto del mostro. «I reduci del Mogamma raccontano storie raccapriccianti che ne alimentano la pessima fama. Ma basta varcare la sua soglia per capire che la verità supera la leggenda».
Dentro la fortezza
     Le porte dell’inferno - o se preferite, le fauci del mostro - si spalancano tutte le mattine alle 8.30, tranne il venerdì, in ossequio ad Allah. All’ingresso un manipolo di guardie perquisisce minuziosamente ogni visitatore, confiscando telecamere e macchine fotografiche. «Questioni di sicurezza», spiegano in modo sbrigativo: nessuno deve svelare i segreti del Mogamma.
L’atrio del palazzo assomiglia al crocevia di un suk nell’ora di punta: gente che si muove in ogni direzione, valigette e faldoni che spuntano e spariscono nella folla, voci e imprecazioni che si fondono ai trilli dei telefonini.
La frenesia e la confusione regnano sovrane. Tutti sgomitano per non soccombere: i galoppini che portano tè e caffè negli uffici, gli “sbrigafaccende” assoldati dalle società, i perditempo che fanno la fila per conto terzi, i venditori di snack e bevande che nutrono il formicaio sociale imprigionato nel palazzo. Chi entra ha l’aria preoccupata e tesa, chi esce appare distrutto dalla fatica. I pellegrini del Mogamma devono correre, arrivare prima possibile allo sportello, assicurarsi un buon piazzamento nella fila. Frotte di persone si arrampicano sulle scale, qualcuno tenta l’assalto ai pochi ascensori funzionanti. Molti altri si accalcano attorno ai bugigattoli che procurano marche da bollo e fototessere per i documenti d’identità.
Le guide del palazzo
     Non esiste uno sportello informazioni; nonostante i cartelli (in arabo) appesi alle pareti, recuperare un semplice certificato può diventare un’impresa impossibile.
Per fortuna nell’androne si trovano i cosiddetti “facilitatori”. Sono le guide abusive del Mogamma. Parlano qualche parola d’inglese e soprattutto conoscono ogni segreto della casbah burocratica. Dietro generoso compenso, aiutano i visitatori più inesperti a orientarsi.
Sono in grado di scovare la più nascosta delle stanze e all’occorrenza sbrigano complicate pratiche amministrative e risolvono problemi che paiono insormontabili. «Guadagno dai 5 ai 50 dollari a seconda del servizio che mi viene richiesto», spiega Said Jebril, un ragazzotto con gli occhiali da sole che attende i suoi clienti in fondo alle rampe delle scale. «Qua dentro si trovano quattordici ministeri frammentati in migliaia di sportelli aperti al pubblico: mi ci sono voluti due anni per imparare a muovermi in questo groviglio».
Al primo piano si rilasciano i passaporti e i certificati di residenza, al secondo si accettano le richieste di asilo politico, al terzo si organizzano le manifestazioni sportive, al quarto si amministrano le scuole… all’undicesimo si richiedono le sovvenzioni pubbliche, i due ultimi piani sono riservati al ministero dell’Interno. «Sembra semplice», commenta Said. «Ma non ci sono punti di riferimento: i corridoi del Mogamma sono tutti uguali». Un susseguirsi monotono di stanze mal illuminate dai neon, scrivanie ingombre di timbri, vecchi ventilatori appesi ai soffitti, poster stropicciati e ritratti sbiaditi alle pareti. «Il vero problema è che per portare a termine una pratica occorre presentarsi a quattro-cinque sportelli che si trovano lontanissimi tra loro. Cose da matti!».
Fogli e scandali
     A complicare le cose è l’assoluta mancanza di organizzazione: i vari dipartimenti non comunicano tra loro e spesso funzionano in orari diversi. «Oltretutto i computer disponibili sono pochi e obsoleti, la gran parte delle pratiche viene portata avanti manualmente come accadeva cinquant’anni fa», si lamenta un addetto dell’ufficio “Acque e Fogne”. Risultato: i burocrati sono costretti a maneggiare tonnellate di documenti. «Per non soccombere sotto montagne di carta, dobbiamo disfarci ogni giorno degli scartafacci superflui», riferisce Fatima, archivista nell’ala nord del nono piano. I carteggi destinati al macero finiscono dentro tubi, specie di grondaie gigantesche, che scaricano montagne di fogli nell’osceno cavedio interno. «Quando non riesco a rintracciare un fascicolo - sospira la donna - mi viene il sospetto che il prezioso documento sia caduto per errore laggiù in mezzo a tutta quella cartaccia».
Troppi fogli e troppi burocrati riempiono il Mogamma. Le autorità paiono aver perso il controllo della situazione. Ci sono impiegati che, approfittando del disordine e della mancanza di controlli, hanno trasformato l’ufficio in un appartamento privato, con tanto di radio, frigorifero e fornello. Nel 1983 fece scalpore il caso di una donna che si era ribellata al marito dopo mesi di vita coniugale segregata all’interno del palazzo. Nel 1994 venne scoperto per caso un funzionario che viveva, da vent’anni, nascosto tra gli schedari dell’undicesimo piano.
Ancor oggi dal ginepraio burocratico filtrano notizie di scandali e abusi al limite dell’immaginabile. Per capire come sia possibile tutto ciò basta una veloce ricognizione.
Al di là dello sportello
     Nelle stanze - quasi tutte con le porte spalancate per far circolare l’aria - si vedono schiere di lavoratori accasciati sulle sedie. Qualcuno è concentrato a scrivere o a leggere, altri - immobili come manichini - sembrano riposare placidamente. Altri ancora sono impegnati a sbafarsi piadine farcite di kebab. Nessuno pare preoccuparsi delle pile di scartoffie che incombono minacciose sulle loro teste. Gli scaffali attorno paiono sul punto di sfondarsi sotto il peso di enormi faldoni. Sembra impossibile riuscire a trovare qualcosa in mezzo a quei confusi schedari che arrivano al soffitto.
«Ma il burocrate del Cairo conosce ogni segreto del suo archivio», scrive il reporter bosniaco Zlatko Dizdarevic.
«Con infallibile precisione infila la mano nella massa di cartacce, sollevando una polvere incredibile. Tira fuori dalla pila proprio il fascicolo con il vostro nome, cognome e cittadinanza, scuote via la polvere o la pulisce con il lembo della sua giallabia, e scava da quel fascicolo più informazioni su di voi di quanti ne potete immaginare».
Ogni notizia è meticolosamente conservata dai guardiani del Mogamma. «Sanno quando siete arrivati, chi vi ha venduto la macchina, quando avete pagato una multa e quando no, dove abitate e chi è il vostro vicino di casa, chi è venuto a trovarvi l’anno scorso e chi quest’anno». Il problema è convincere l’impiegato e fare quello sforzo, a vincere la pigrizia e a mettersi al lavoro. «In passato era sufficiente una sigaretta per attivare il più refrattario dei dipendenti pubblici», fa notare il giornalista Abbas al-Tarabili sul settimanale Al-Wafd. «Ma oggi solo i soldi riescono a oliare i perversi meccanismi dell’amministrazione pubblica». Il baksheesh, la “mancia”, è indispensabile per sopravvivere alla giungla burocratica. Nient’altro riesce a rianimare gli impiegati dallo sguardo apatico, sfiancati dalla routine e appesantiti dalla vita sedentaria, che si trincerano dietro le vetrate.
C’è poco da ridere
     «Il dramma è che i burocrati egiziani si considerano dei benefattori che elargiscono favori ai cittadini supplicanti», fa notare il sociologo Mediha al-Safty. Difficile dargli torto. Le sale d’attesa del Mogamma sono ingolfate da funzionari pubblici che stanno impietriti agli sportelli, con l’aria di chi gode a far pesare la propria autorità. Ascoltano i cittadini con lo sguardo sdegnato, il mento appoggiato sui pugni e la sigaretta curva tra le labbra. Quando ne hanno abbastanza, sciorinano un ghigno beffardo e liquidano il malcapitato con la peggiore delle minacce: «Torni domani, la sua pratica è ancora in lavorazione».
Moustafa Hussein, il più popolare fumettista egiziano, ha inventato una miriade di storie di successo (The Slave of Routine è l’ultima della serie) che hanno come protagonisti i burocrati pasticcioni e altezzosi del Cairo. Nel 1992 l’attore comico Adel Imam ha dedicato al Mogamma persino una spassosa commedia, Terrorism and Kebab, piena di equivoci e di situazioni grottesche. Ma se l’opinione pubblica egiziana è propensa a sorridere davanti a film e a fumetti che si prendono gioco della burocrazia statale, nella vita reale sono davvero pochi i cittadini disposti a simpatizzare coi dipendenti pubblici. La gente li odia per le code che infliggono, l’arroganza che ostentano, i moduli astrusi che propugnano con sadismo, gli intoppi che creano a causa della loro pignoleria o incompetenza.
La fine del mostro
     Loro, i custodi dell’amministrazione pubblica, non ci stanno a subire. «Non è colpa nostra se il sistema è impazzito», si giustifica un inserviente dell’ufficio notifiche anagrafiche. «Siamo costretti a lavorare con procedure macchinose e mezzi inadeguati. Guadagniamo una miseria e subiamo ogni giorno attacchi ingiustificati che colpiscono la nostra dignità. Così non può andare avanti».
Se c’è una cosa su cui tutti - dipendenti e utenti - sono d’accordo è che il caos del Mogamma debba finire al più presto. Persino i politici si dichiarano favorevoli a sopprimere il mostro della burocrazia e, malgrado l’ostruzionismo delle solite corporazioni, il governo di Hosni Mubarak ha ideato un’ambiziosa riforma dell’amministrazione statale. Obiettivo: snellire il numero degli sportelli e il tempo richiesto dalle pratiche. Il piano punta a digitalizzare gli archivi e informatizzare i sistemi per ottenere i documenti. Soprattutto prevede di smantellare il quartier generale della burocrazia per decentrare gli uffici pubblici in una serie di nuovi complessi situati alla periferia del Cairo. Gli urbanisti hanno fatto presente che il progetto contribuirà a congestionare ulteriormente le strade di una metropoli al limite del collasso.
Ma i traslochi nel Mogamma sono già iniziati e alcuni ministeri hanno trovato collocazione in edifici più moderni.
Non è ancora chiaro quale sarà il destino del castello della burocrazia. Diventerà un albergo a tre stelle o verrà abbattuto a colpi di dinamite? Le indiscrezioni si rincorrono da anni, e chissà per quanto tempo ancora. Nonostante i proclami governativi, la riforma non è ancora riuscita a scalfire la granitica burocrazia egiziana. Il Mogamma per ora resta al suo posto: solenne, tronfio di potere, indifferente alle voci sulla sua fine imminente. Non sarà la luce del nuovo giorno a far svanire l’incubo che agita le notti degli egiziani.



La nascita del mostro
     La costruzione del Mogamma iniziò nel febbraio del 1950 per ordine di re Faruk I, penultimo monarca d’Egitto. Pare che il sovrano (indebolito politicamente dall’occupazione britannica e dalla sconfitta nella guerra con Israele) volesse ravvivare il suo prestigio ormai appannato associando il proprio nome ad una grande opera urbanistica. La progettazione venne affidata a un architetto di scarsa fantasia, tale Kamal Ismail, che finì chiaramente per scopiazzare lo stile dei mastodontici palazzoni sovietici.
Il cantiere venne assegnato a un’impresa italiana, la Egico (i rapporti tra Faruk e i Savoia erano molto stretti e il sovrano egiziano, destituito con un colpo di Stato militare, finì il suo esilio a Roma), che in venti mesi portò a termine i lavori. Secondo le cronache dell’epoca furono impiegate 1500 tonnellate di acciaio, 3000 tonnellate di cemento, 15 milioni di mattoni, 3000 operai e oltre 1 milione di lire egiziane. Uno sforzo immane per un edificio mastodontico che il Presidente Nasser, salito al potere nel 1954, trasformò nel cuore amministrativo della nuova società socialista.


Un male antico
     I mali della burocrazia egiziana arrivano da lontano. Già i faraoni svilupparono un’amministrazione complessa e puntigliosa. Nell’antico Egitto i funzionari formavano una classe eletta e godevano del privilegio - non ereditario - di esenzione dalla servitù. La burocrazia era onnipresente. Al Museo Egizio del Cairo sono custoditi innumerevoli documenti amministrativi, liste del personale, rilievi catastali, registri fiscali, pratiche di versamento di salari, verbali di riunioni, inventari, richieste e reclami, ordini e disposizioni di varia natura.




Tutti i diritti sono riservati.
E' vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi e delle immagini, senza l'autorizzazione scritta dell'autore.
E-mail: info@reportafrica.it.
Realizzato da www.kridea.com.
Elenco Totale Articoli

Warning: getenv() has been disabled for security reasons in /var/www/www.reportafrica.it/reportages.php on line 144