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LUANDA EXPRESS

Luci e ombre della nuova locomotiva africana

Grazie al petrolio e ai diamanti, è il paese dell’Africa con la più alta crescita economica. Ma la corsa inarrestabile dell’Angola lascia dietro di sé milioni di poveri…

Le strade di Luanda sono trappole micidiali. Già alle sei del mattino sono intasate di furgoni e fuoristrada che sgomitano senza successo. In un’ora si percorrono poche decine di metri, con lo sguardo rassegnato e la mano premuta sul clacson.
Impossibile trovare una via di fuga. Conviene approfittarne per fare compere: nel groviglio inestricabile di carrozzerie sgusciano sciami di venditori ambulanti. Offrono frutta e bibite. Ma anche spine elettriche, lucchetti, specchiere, appendiabiti, cellulari, telecomandi, chiavette usb. In breve tempo le macchine si trasformano in carrelli per la spesa e l’intera città diventa un enorme supermercato “en plein air”. «Sembra di stare dentro ad un centro commerciale prima delle feste: un inferno», si sfoga il conducente di un candongeiro, gli scassati pulmini locali che ammassano – e talvolta ammazzano - i pendolari delle periferie. «Fino a pochi anni fa si circolava, oggi è impossibile. Colpa dei soldi che stanno piovendo dal cielo».
IL BOOM ECONOMICO
     Dopo decenni di stagnazione e isolamento, l’Angola vuole recuperare il tempo perduto. Gli affari sono frenetici. I manifesti
propagandistici del governo promettono un futuro di sviluppo e prosperità per tutti. Ottimismo petrolifero.
L’anno scorso il Paese (colonia portoghese fino al 1975) ha strappato alla Nigeria il primato africano della produzione del greggio. I proventi dell’oro nero sono quintuplicati negli ultimi quattro anni e oggi assicurano il 90% delle entrate dell’export. L’ultimo giacimento “off-shore” è stato scoperto dall’Eni (presente da quasi trent’anni nel Paese), a circa 350 km di Luanda: contribuirà a far salire, entro tre anni, la produzione nazionale a 2,5 milioni di
barili al giorno. Anche il business dei diamanti – di cui l’Angola è il quarto produttore al mondo – va a gonfie vele (alla faccia della recessione mondiale) grazie alle generose miniere del Moxico e di
Lunda Nord: nel 2008 l’Endiama, la compagnia che controlla il traffico delle pietre preziose, ha raggiunto una produzione record di dieci milioni di carati. Le casse dello Stato si stanno gonfiando di soldi: carburante fondamentale per rimettere in moto un Paese devastato da ventisette anni di guerra civile (bilancio: mezzo milione di morti, settantamila mutilati, quasi tre milioni di sfollati, il 70% delle infrastrutture andate distrutte).
LA PACE RITROVATA
     L’accordo di pace siglato nel 2002 tra il Movimento Popolare di Liberazione dell'Angola (appoggiato per decenni da sovietici e cubani), e i ribelli sconfitti dell’Unita, (scaricati da tempo da
americani e sudafricani), ha inaugurato un difficile processo di riconciliazione nazionale. Lo scorso settembre si sono tenute le
prime elezioni politiche del dopoguerra: dopo 27 anni di battaglie, gli angolani hanno accettato di sfidarsi nel chiuso delle cabine elettorali e non più a colpi di kalashnikov. Risultato: il rinnovato partito dell’Mpla - abbandonati gli ideali marxisti e convertitosi al libero mercato - si è aggiudicato oltre l’81% dei voti. Una vittoria schiacciante (ottenuta grazie anche al monopolio dei grandi media)
che ha annientato l’opposizione politica e che spianato la strada ai faraonici progetti elaborati dalla vecchia nomenklatura.
Da sette anni il Prodotto Interno Lordo cresce stabilmente di due cifre, l’inflazione è scesa dal 109 al 12 percento, il debito estero è stato abbattuto, le riserve valutarie rinvigorite. La moneta locale, il kwanza, un tempo considerata carta straccia, si è rafforzata nei confronti del dollaro. Una bella boccata d’ossigeno per una nazione costretta a dipendere dalle importazioni.
PREZZI PAZZESCHI
     Tutto, tranne il gasolio, proviene dall’estero. Il vecchio porto della capitale è assediato da centinaia di mercantili costretti ad aspettare settimane prima di poter attraccare. Manca lo spazio. Sulla banchina crescono, giorno dopo giorno, montagne di container. «Siamo
quasi al collasso», rivela un rivenditore di scatolame. «Per
sdoganare la merce si deve aspettare fino a sei mesi, oppure corrompere qualcuno. In ogni caso, i costi lievitano». I prezzi al consumatore sono pazzeschi. Un paio di scarpe costa 40 euro, un sacco di cemento 15 euro, una bottiglia d’acqua 2 euro, un casco di banane 10 euro. Luanda è una delle metropoli più care al mondo. Eppure in pochi anni è esplosa da 800mila a 6 milioni di abitanti. Trovare da dormire è diventato un problema: le camere d’albergo - 250 dollari a
notte come minimo - vengono prese d’assalto dai businessmen, prenotate con almeno sei mesi di anticipo. Il mercato immobiliare è
impazzito, i prezzi sono quelli di New York, Londra o Tokio. «I nuovi ricchi hanno fame di case», spiega un impresario. «Sono disposti a pagare diecimila dollari al mese d’affitto per un appartamento in centro. Ma è difficile trovarne liberi». Le autorità si sono dovute inventare una città satellite – Luanda Sul - per dare forma agli smisurati progetti che dovrebbero trasformare la capitale angolana in una nuova Dubai.
CANTIERI CINESI
     L’antico quartiere coloniale è stato raso al suolo per far spazio a una corona di edifici futuristici, mentre il celebre lungomare con le sue palme spelacchiate verrà presto trasformato in una tangenziale a
quattro corsie. A colpi di ruspe e bulldozer, si stanno cancellando cinquecento anni di storia per fabbricare – e ostentare - i simboli
della modernità: uffici finanziari, banche, assicurazioni. «Tanti compagni sono stati sedotti dai soldi del capitalismo selvaggio», si sfoga un vecchio militante dell’Mpla, deluso dalla svolta neoliberista adottata dal partito-Stato. Oggi gli unici retaggi del socialismo sono i viali intitolati a Che Guevara, Lenin, Ho Chi Min.
E la statua di Agostinho Neto, padre nobile della nazione, che saluta col pugno chiuso le coppie di fidanzati accoccolate sulle panchine della Piazza dell’Indipendenza.
In periferia, a tempi da record, stanno sorgendo centinaia di nuove palazzine, hotel a cinque stelle, residenze sfarzose che arrivano a costare 2 milioni di dollari. I cantieri sono gestiti da imprese brasiliane, europee, soprattutto cinesi. Pechino ha offerto al governo angolano crediti agevolati per 9 miliardi di dollari; in cambio si è aggiudicata il petrolio e la gran parte degli appalti. Si
stima che in Angola lavorino già 800mila operai cinesi (una cifra destinata a triplicare entro la fine del 2010). In giro per Luanda si racconta che siano delinquenti, dissidenti politici, manovalanza a
costo zero deportata dalle prigioni di Beijing. «La gente inventa storie incredibili sul nostro conto», sorride Zhou Wang, 45 anni, geometra del Guangdong, mentre si toglie il casco bianco per asciugarsi la fronte. «La verità è che veniamo fin qui, lontani dalle nostre famiglie, perché abbiamo un bisogno tremendo di lavorare».
NUMERI IMBARAZZANTI
     Viaggiando nelle regioni dell’interno o lungo la costa si incontrano innumerevoli “obras em curso”, “lavori in corso”. Ovunque si stanno costruendo strade, ponti, ferrovie, porti, scuole, ospedali. E stadi imponenti destinati ad ospitare le partite dei prossimi campionati africani di calcio, in programma nel 2010. Il presidente Josè Eduardo
Dos Santos, da trent’anni leader dell’Mpla, inamovibile manovratore dalla scena politica, ambisce a trasformare l’Angola in un potenza economica e diplomatica continentale: la nuova locomotiva africana. La TV nazionale annuncia trionfante l’imminente inaugurazione della borsa valori, l’inizio dei lavori per il grattacielo più alto del continente, il lancio nello spazio del primo satellite angolano.
A riportare tutti coi piedi per terra ci pensa la moltitudine di disperati che vive ammassata nelle baraccopoli, la scure del colera e
della malaria che falcidia i bambini, la criminalità che cresce parallelamente alla disoccupazione giovanile. In questi anni l’Angola è sprofondata al 162° posto (su 177) nella graduatoria ONU dell’indice dello Sviluppo Umano. Undici milioni di persone, il 70% degli angolani, vive sotto la soglia di povertà, con meno di due dollari al giorno. Solo il 30% della popolazione rurale riceve cure sanitarie, l’aspettativa di vita è di 42 anni, un adulto su due non ha un’occupazione stabile, gli analfabeti superano il 65%. Numeri imbarazzanti per un Paese che galleggia sopra un mare di petrolio.
L’INGIUSTIZIA SOCIALE
     «La pesante eredità del passato non si cancella dall’oggi al domani», si giustificano i governanti. E ricordano, giustamente, i cinque secoli di occupazione coloniale, la tremenda pagina della schiavitù
(4 milioni di giovani angolani furono deportati nel continente americano), la spaventosa successione di violenze (alimentate dalla
guerra fredda) che ha bloccato per decenni ogni forma di sviluppo.
«Ma le cicatrici della storia non bastano a spiegare le colossali contraddizioni di questo Paese», avverte monsignor Eugenio Dal Corso, 70 anni, veronese, vescovo di Benguela (seconda città dell’Angola). «La verità è che un potente clan di affaristi e
politici ha escluso dallo sviluppo economico la gran parte della popolazione».
Anche il Fondo Monetario Internazionale ha criticato Luanda per la mancanza di trasparenza nella gestione dei conti pubblici. E in un recente rapporto sull’economia angolana dell’Ice (Istituto nazionale per il Commercio Estero) si parla di “carenza di controlli nella gestione finanziaria delle risorse pubbliche”, “inefficienza burocratica”, “corruzione ad ogni livello e passaggio della vita
economica”. La “gazosa”, la mazzetta, indispensabile per oliare i perversi ingranaggi della burocrazia, viene spesso richiesta per
farsi rilasciare la patente, il diploma, il letto all’ospedale. «L’ingiustizia sociale è scandalosa», concorda Mauricio Camuto, direttore di Radio Ecclesia, l’unica voce libera nell’etere angolano. «La gran parte dei governanti pensa solo a spartirsi ricchezze e potere».
I GIOVANI DI LUANDA
     Luanda, a ben guardare, è la vetrina impietosa delle contraddizioni angolane. Baracche di lamiera e grandi ville con piscina, pulmini sventrati e suv esclusivi, bancarelle fetide e boutique di lusso. Si passa da un estremo all’altro, senza via di mezzo. Di notte le
insegne dei grandi hotel sul lungomare lampeggiano come tante decorazioni natalizie mentre lunghe cascate di neon multicolori proiettano cartoni animati sulle facciate dei grattacieli. Il massimo dello splendore si raggiunge nel weekend, dopo le undici di sera, quando i viali del litorale si ingolfano di auto sontuose guidate dai giovani rampolli della ricca borghesia locale. Sono tutti diretti
alla Ilha, la lingua di terra che si allunga per sette chilometri sull’Atlantico. Qui sorgono i ristoranti esotici più esclusivi: cento
dollari per un’aragosta innaffiata con vino portoghese, poco meno per un piatto di gamberi accompagnato da caipirinha o cuba libre. Musica dal vivo, danze sulla spiaggia, inflessibili bodyguard a selezionare la gente in coda davanti ai locali. Dall’altra parte della città, nelle sterminate baraccopoli di Sambizanga, i ragazzi delle favelas si riversano a frotte nel dedalo dei vicoli che vibrano di energia fino a tarda notte. Alcuni vanno a rintanarsi nelle catapecchie di
lamiera dove per pochi spiccioli si può navigare in Internet o provare l’ultima versione della Playstation. Altri svaniscono dentro i cinema abusivi, insospettabili stamberghe in cui si proiettano senza sosta film proibiti. Altri ancora si accalcano attorno ai chioschi che spacciano birre fresche e diffondo a tutto volume la musica rap.
Il 60% degli angolani ha meno di 15 anni: il futuro sta tutto qui. Dall’estero stanno tornado tanti giovani, laureati e professionisti,
fuggiti durante gli anni della lotta armata. Ignacio Merulen, 22 anni, tecnico informatico, se n’era andato quando era bambino: la
guerra gli aveva portato via i genitori e le gambe. «Tutta colpa di una mina, avevo tre anni», racconta. In Italia ha ritrovato il sorriso: una nuova famiglia, due protesi, tanti amici. E anche l’ottimismo che lo ha riportato in Angola. «Qui c’è voglia di cambiare, ansia di riscatto… l’aria giusta per spiccare il volo». Speriamo che non gli tarpino le ali.


A colpo d'occhio
Nome del paese: Repubblica d’Angola
Abitanti: 16 milioni
Capitale: Luanda
Indipendenza: dal Portogallo nel 1975
Lingua: portoghese (ufficiale), bantu e dialetti africani
Popoli: ovimbundu 37%, kimbundu 25%, bakongo 13%,
Religione: cristianesimo (65%), culti locali (35%)
Aspettativa di vita: 40 anni
Ordinamento dello stato: repubblica parlamentare
Presidente: José Eduardo dos Santos
Partner economici: USA, UE, Cina, Sud Africa, Brasile





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