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UN CALCIO AI PREGIUDIZI

In Tanzania scendono in campo gli albini. Per vincere la paura

Decine di albini tanzaniani sono stati uccisi negli ultimi anni in nome di antiche superstizioni. Ora la neonata squadra dell’Albino United ha deciso di partecipare al campionato nazionale di calcio. Per sconfiggere l’intolleranza

L’appuntamento per gli allenamenti è alle quattro del pomeriggio, ma i giocatori sono in ritardo. «A quest’ora fa troppo caldo per correre, la sabbia del campo brucia. E poi, che diamine, la città è paralizzata dal traffico».
John Haule, tecnico dell’Albino United, ha parole di comprensione per i suoi ragazzi. «Non sono ancora dei professionisti.
Devono lavorare tutto il giorno per sfamarsi. Alcuni non hanno neppure i soldi per il biglietto del bus. Siamo una squadra nuova, con pochi mezzi, zero sponsor… Non posso pretendere miracoli».
Il miracolo, in verità, è già avvenuto: venticinque giovani albini di Dar es Salaam hanno deciso di dar vita ad una squadra di calcio e di partecipare al campionato della National League (equivalente alla nostra Prima Divisione della Lega Pro, l’ex serie C1).
Vite infernali
     «Il primo risultato che inseguiamo è dimostrare che l’albinismo non è una pericolosa maledizione», spiega Severin Edward Mallya, attivista dei diritti umani e fondatore del team. In Tanzania le persone affette da questa malattia genetica - caratterizzata dall’assenza di pigmentazione della pelle, dei capelli e degli occhi - sono relegate ai margini della vita sociale. «Il razzismo e l’ignoranza dilagano», chiarisce Mister Edward. «Le persone diverse sono guardate con sospetto e diffidenza, talvolta con paura e rancore. Molte donne africane sputano per terra quando vedono un albino… Per non avere un figlio come lui».
Si stima che siano 170mila gli albini tanzaniani, su una popolazione di circa 39 milioni. I bambini, emarginati dai compagni di scuola, vengono maltrattati persino in famiglia perché i genitori si vergognano di loro: alcuni scappano di casa e finiscono sulla strada. Gli adulti sono costretti ad accettare abusi e lavori sottopagati. Un tormento che dura fino ai quarant’anni (l’aspettativa media di vita di un albino sotto il sole tropicale), fino a quando il cancro alla pelle non li condanna ad una morte atroce.
Caccia all’uomo
     Ma ad uccidere gli albini in Tanzania è soprattutto la superstizione. Un tempo, nemmeno cent’anni fa, venivano soppressi alla nascita perché si riteneva fossero figli di relazioni extraconiugali con i coloni bianchi. Oggi vengono massacrati e fatti a pezzi per officiare rituali magici. È opinione diffusa che i loro organi siano ingredienti fondamentali per realizzare talismani miracolosi. «Gli stregoni ordinano che parti dei loro corpi vengano appese nelle miniere d'oro, per trovare il metallo prezioso», racconta Severin Edward. «Ai pescatori viene consigliato di usare gli arti staccati come esca o di legare i loro capelli alla rete perché la pesca sia più generosa».
Negli ultimi tre anni più di cinquanta albini, molti dei quali fanciulli, sono stati uccisi e mutilati in Tanzania, specie nelle regione del lago Vittoria. Un'epidemia di furore superstizioso che ha spinto le autorità tanzaniane a intervenire. Nell’aprile del 2008 il Presidente Jakaya Kikwete ha nominato parlamentare una donna albina (la prima nella storia del Paese), Al-Shymaa Kway Geer, alla quale è stato dato l’incarico di promuovere leggi in difesa delle minoranze perseguitate. Subito dopo il governo ha ordinato un giro di vite contro gli stregoni e i sedicenti curatori che hanno alimentato le terrificanti credenze popolari.
Nella primavera del 2009 la polizia ha arrestato almeno 172 persone, ritenute colpevoli degli omicidi rituali commessi contro gli albini. Molti dei sospettati hanno ammesso di aver mozzato le mani e i genitali dei cadaveri per «assicurarsi ricchezza e fortuna». Lo scorso settembre un tribunale della regione di Shinyanga, nel nord del Paese, ha condannato per la prima volta a morte tre persone per l’omicidio di un albino di 14 anni.
L’orgoglio ritrovato
     «L’azione repressiva del governo aiuta a frenare le violenze, ma non basta», puntualizza Severin Edward. «Bisogna sradicare gli antichi pregiudizi e dissipare il clima di odio che circonda la comunità albina… Un sport popolare come il calcio può aiutarci a promuovere una nuova cultura del rispetto e della solidarietà».
Ogni domenica l’Albino United dimostra al grande pubblico che gli albini sono persone normali, in grado di praticare sport a livello agonistico. Con passione e lealtà. Senza paura. «All’inizio ci chiamavamo Albino Magic Team - ricorda Oscar Haule, manager della squadra -; abbiamo preferito cambiare nome perché la parola “magia” rischiava di alimentare incomprensioni e stupide fantasie radicate nella gente».
La prima partita ufficiale si è svolta il 26 ottobre 2008 nel grande stadio di Dar es Salaam, in diretta tivù, davanti a migliaia di spettatori. Da una parte gli albini, dall’altra il team dei parlamentari. Il risultato non era importante. Contava solo scendere in campo e frantumare l’ultimo tabù.
«Temevamo di dover subire bordate di fischi e cori offensivi dagli spalti, invece l’accoglienza del pubblico fu calorosa: un’emozione indimenticabile», ricorda il capitano Deogratias Ngonyani, 21 anni, cuore pulsante del centrocampo. «Quando ero bambino avrei voluto giocare a calcio, ma i miei compagni non me lo permettevano… Ho vissuto anni di umiliazioni e discriminazioni, ma oggi faccio parte di una vera squadra e non ho più vergogna della mia malattia».
Lavori in corso
     Il campionato dell’Abino United è iniziato da poche settimane e i primi altalenanti risultati (un pareggio, due sconfitte, una vittoria) non hanno spento l’entusiasmo. I giocatori si ritrovano ogni sera nei pressi dell’ospedale oncologico di Dar es Salaam (dove ha sede il quartiere generale dell’Albino Society, l’associazione nazionale che tutela i diritti degli albini). Si allenano in uno spiazzo di terra fetida pieno di buche, senza neppure un filo d’erba, che al primo temporale diventa impraticabile. È un campetto triangolare - «quelli a forma rettangolare erano già tutti occupati»,
spiegano gli atleti - stretto tra un cantiere che brulica di operai e un posteggio di taxi sventrati. In mezzo c’è un enorme albero di mango e un container abbandonato da chissà quanto tempo. «Ostacoli da schivare con il pallone incollato ai piedi», ordina l’allenatore.
I pali delle porte sono due bastoni biforcuti, la traversa una corda penzolante. «Alla prima pallonata mi crolla tutto addosso, e tocca sempre a me rimettere in piedi l’opera», sbotta il portiere. Si chiama Charles, ha 24 anni ed è l’unico calciatore non albino della squadra. «I miei compagni non vedono abbastanza per difendere la porta: i loro occhi, privi di melanina, sono troppo chiari e sensibili alla luce. Meglio che mi occupi io di parare, loro devono solo correre e segnare qualche goal».
Voglia di vincere
     La gran parte dei compagni gioca a piedi nudi o con calzature sfondate. I più fortunati indossano scarpini da calcio, ma sono due-tre misure più grandi del dovuto. Dopo gli esercizi di riscaldamento, e qualche palleggio mal eseguito, inizia la partitella di allenamento con una squadra del quartiere. In campo non si vedono piedi fatati, la tecnica è piuttosto carente, mancano i fondamentali a troppi giocatori, che non azzeccano un cross né uno stop. Gli schemi di gioco sono vaghi. In compenso c’è grinta e agonismo da vendere. E tanta confusione. Furiose ammucchiate in stile rugbistico, difese a uomo con marcature molto strette, contrasti duri al limite del regolamento.
Nuvole di polvere si alzano come turbini in mezzo al campo. La palla rimbalza all’impazzata, sparisce tra una selva di gambe scalpitanti, sbatte con violenza contro le lamiere del cantiere. L’arbitro non fischia mai, lascia correre anche quando la sfera sbrindellata finisce sulla strada. L’azione prosegue con gli albini impegnati a dribblare le auto incolonnate. Lo specialista dello slalom nel traffico è Mohamed Kassim, 35 anni, elettricista precario, bianco come la neve, capocannoniere della squadra. «Ho già segnato sei reti», dice con orgoglio. «Fino a pochi anni fa la gente mi considerava un fenomeno da baraccone per via del colore della mia pelle. Ma ora faccio parte dello “United” e tutti mi portano rispetto».
Non è mica il Manchester, ma guai a farglielo notare. E poi, che diamine, nessuna stella del calcio brilla quanto lui.


Aiutiamoli
     L’Albino United, prima squadra di albini nella storia del calcio africano, ha bisogno di aiuto. Servono finanziamenti per acquistare palloni, scarpe, indumenti e attrezzature e sportive. E un pulmino per le trasferte. Chi desidera fornire il proprio contributo può contattare Severin Edward, presidente della Tanzania Youth Enhancement and Poverty Eradication Organization (Tayepeo), l’organizzazione tanzaniana che sostiene la squadra. Tel. +255 22 2462644; sevedo1@yahoo.com


DIDASCALIE

Un momento degli allenamenti serali dell’Albino United. A causa di un difetto genetico, gli albini non sviluppano melanina sufficiente a dar colore alla pelle

L’allenatore John Haule a colloquio coi suoi ragazzi. In Tanzania gli albini vengono spregiativamente chiamati zeru. L’uso della parola è stato proibito dal governo nel 2000

Esercizi di riscaldamento nel campetto dell’Albino United. La squadra si ritrova ogni sera di fronte all’ospedale oncologico di Dar es Salaam, dove ha sede l’associazione degli albini tanzaniani

Gli albini tanzaniani in allenamento. Molti di loro hanno subito maltrattamenti e discriminazioni fin dalla nascita. Ma oggi sperano di riscattarsi grazie al calcio

Alcuni giocatori dell’Albino United. L’albinismo può provocare conseguenze pesanti: melanoma e lesioni cutanee, ma anche colpi di calore, infiammazioni alle labbra, disturbi agli occhi

Gli allenamenti e le partite si svolgono sempre nel tardo pomeriggio: gli albini devono difendersi dalla luce del sole



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