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PARADISO BIJAGOS

In viaggio nell’arcipelago incantato della Guinea-Bissau

Al largo dell’Africa occidentale galleggiano una sessantina di isole da favola che paiono sfuggire ai problemi del continente. Qui la vita scorre lenta su ritmi immutati da secoli. E la gente conserva usi e costumi protetti dalle acque dall’oceano


L’inferno è scoppiato in tarda mattinata. All’improvviso il vento ha cominciato a soffiare furioso, le onde a schiumare di rabbia.
La tempesta ha investito due piroghe che si erano allontanate dalla riva e per le otto persone a bordo non c’è stato nulla da fare: in pochi minuti sono state travolte dai flutti e inghiottite dall’abisso. La notizia dell’ultima tragedia del mare arriva via radio mentre navighiamo in acque sempre più agitate, ma gli uomini dell’equipaggio non paiono affatto turbati. «Cose che capitano», scrollano le spalle. «Ogni tanto l’oceano si scatena e richiede un sacrificio, normale che qualcuno ci lasci la pelle».
Al largo della Guinea-Bissau, piccolo e povero Paese dell’Africa occidentale, i naufragi servono a calmare la collera degli spiriti. Così pensano i marinai bijagós, abituati da sempre a vivere in simbiosi con l’Atlantico. Un tempo erano pirati, oggi vivono in pace nell’omonimo arcipelago che si estende a circa venticinque miglia dal continente: una sessantina di isole (di cui solo 19 abitate) ricoperte da foreste lussureggianti, a prima vista impenetrabili, e incorniciate da lagune d’acqua salata e strisce di sabbia immacolata. Una costellazione di oasi marine popolate di tartarughe, ippopotami, scimmie e centinaia di specie di uccelli migratori. Un paradiso naturalistico protetto, a parole, dall’Unesco e − nel concreto − da maree repentine e insidiosi banchi di sabbia.
Sull’isola dei galli
     «Le forti correnti e i bassi fondali sono trappole micidiali anche per i navigatori più esperti», spiega Pedro Montedo, giovane capitano bijagó, due occhi sfavillanti che paiono perle di mare.
«Ma l’insidia peggiore è rappresentata dalle condizioni del tempo che qui possono cambiare in un attimo… Basta davvero poco per incagliare o squarciare uno scafo», aggiunge senza mai staccare le mani dal timone e lo sguardo dall’orizzonte.
Il furore del vento sballotta il nostro piccolo fuoribordo come un fuscello, le onde schiaffeggiano senza tregua i vetri della cabina di comando. Decidiamo di cercare riparo nella spiaggia più vicina.
Dall’acqua, per nostra fortuna, affiora una duna di sabbia bianca, non più grande di un campo da calcio, circondata da mangrovie e punteggiata da palme da cocco. Si chiama Ilha do Galo e nessuno sa spiegarne il motivo. Sull’isola non troviamo galli, ma una coppia di francesi − due discendenti dei Galli − che ci offre ospitalità. «Benvenuti nel nostro paradiso», dicono con malcelato orgoglio. «Qui siamo riusciti a realizzare il sogno della nostra vita: avere un atollo tropicale tutto per noi».
I due cinquantenni devono avere amicizie influenti nel governo locale e una montagna di soldi a disposizione. Ottenuto il contratto di proprietà dell’isolotto, si sono fatti spedire dall’Europa cinque container di materiali edili, scorte alimentari, costosi elettrodomestici e altre diavolerie tecnologiche.
Con l’aiuto di un manipolo di manovali stanno costruendo una villa da favola, con piscina e veranda panoramica, accanto ad un prefabbricato
che ospiterà una piccola fabbrica.
«Presto produrremo ghiaccio», spiegano. «Lo venderemo ai pescatori locali per facilitarli nei loro commerci».
Imprenditori geniali o visionari? Pedro sorride e scuote la testa. «Noi Bijagós peschiamo solo per sfamarci, prendiamo dal mare quanto basta per sopravvivere», dice. «Se vendessimo il pesce nel continente finiremmo per impoverire il nostro tesoro».
Crocevia della coca
     Le piroghe che fanno la spola tra Bissau e le isole trasportano gente, sacchi di riso, taniche di benzina, casse di birra. Al massimo, qualche quintale di cocaina.
La Guinea-Bissau − uno staterello più piccolo della Svizzera, con appena un milione e mezzo di abitanti − è diventata il nuovo crocevia mondiale dei narcotrafficanti sudamericani che qui fanno transitare indisturbati i loro carichi milionari destinati al florido mercato europeo.
«Sfruttano le debolezze di una nazione allo sbando e senza controlli», spiegano gli esperti dell’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite. «Un Paese stremato da una lunga serie di guerre e colpi di Stato. Ridotto in ginocchio da politici incapaci e militari arroganti, impegnati a massacrarsi in una spietata lotta di potere».
Pecunia non olet, dicevano i latini: il denaro non puzza. Figuriamoci la cocaina.
Secondo gli investigatori antidroga, ogni settimana passano da Bissau cinque tonnellate di polvere bianca. Un giro d’affari che supera i 200 milioni di dollari l’anno (più dell’intero Pil nazionale) alimentando mafie internazionali, cellule terroristiche, gruppi paramilitari. Le conseguenze? «Devastanti», assicura Arnaldo Sucuma, docente all’Università Lusofona della Guinea-Bissau. «La povertà dilaga, corruzione e insicurezza crescono parallelamente ai traffici illegali.
E poi c’è la piaga della nuova criminalità». Un’intera generazione si sta smarrendo tra i fumi tossici del quisa, specie di crack locale, una micidiale mistura di farina di grano e coca di pessima qualità. «I nostri figli non credono più nel futuro», sintetizza il professor Sucuma. «Senza giustizia sociale, senza opportunità di lavoro, senza prospettive di cambiamento per i giovani, il Paese rischia davvero di sprofondare nel baratro».
Il tempo delle donne
     L’eco dei problemi guineani rimbalza in mezzo all’oceano sulle onde di Radio Bijagós, ma alla gente delle isole la crisi politica ed economica pare una tempesta lontana. «Ogni anno la distanza tra noi e la terraferma sembra allargarsi», riflette uno speaker dell’emittente che trasmette nell’arcipelago.
«Come se inseguissimo l’illusione di sradicarci dal continente per abbandonare Bissau al suo cupo destino».
Fin dall’antichità le Bijagós hanno rappresentato un mondo a parte, isolato e indipendente. La popolazione locale, fiera e combattiva, ha respinto per lungo tempo l’aggressione straniera e limitato gli effetti nefasti dell’occupazione coloniale; oggi mantiene un ampio grado di autonomia dal governo centrale e conserva gelosamente usi e costumi della sua antica civiltà.
A ben guardare l’arcipelago è un microcosmo sospeso nell’acqua e nel tempo. I circa 30mila abitanti usano fango e paglia per costruire le loro capanne, tronchi d’albero per fabbricare le canoe, cortecce e radici per curare le malattie, foglie e liane per confezionare abiti e stuoie. Le giornate nei villaggi sono scandite dalle donne, spine dorsali di queste comunità matriarcali, con le incessanti processioni che trasportano secchi d’acqua e fascine di legna, e il rumore ritmato dei mortai di legno usati per macinare le bacche delle palme.
Dolce far niente
     Il pomeriggio, quando il sole picchia senza tregua, la gente riposa placidamente all’ombra degli alberi. La vita scorre lenta su ritmi che paiono immutati da secoli.
«La frenesia qui non esiste», assicura Luigi Scantamburlo, missionario-antropologo sbarcato 35 anni fa nell’arcipelago (leggi l'articolo Missione Bijagos). Portamento flemmatico, cappello da pescatore calato sulla testa, mocassini consumati ai piedi, padre Luís ama confondersi con la gente del posto, per la quale non nasconde sincera ammirazione. «I Bijagós sono un popolo spensierato che ama godersi la vita», racconta. «Non hanno alcun interesse ad arricchirsi né amano circondarsi del superfluo. Vivono alla giornata.
Hanno un forte senso comunitario, dividono tutto con gli altri. E lavorano solo lo stretto necessario, in armonia con l’ambiente generoso che li circonda».
Le acque dell’oceano, torbide e ricche di plancton, gonfiano le loro reti di pesci spada, carpe, razze, squali e muggini. A riva le donne raccolgono molluschi, ostriche e granchi. La natura è generosa in ogni stagione, nessuno soffre la fame in questo spicchio d’Africa.
I frutti tropicali crescono rigogliosi, le palme agitate dal vento forniscono olio e vino, i terreni fertili e umidi permettono di coltivare riso e ortaggi. La caccia (scimmie, anatre, roditori selvatici) e l’allevamento (vacche, capre, maiali e pollame) integrano la dieta locale.
«Ma l’attività preferita dai Bijagós è sicuramente l’ozio», dice sprezzante Giorgio Scrivanti, ex vigile urbano di Milano, 62 anni, che sulle isole ha trovato il buen retiro per godersi la pensione. «La gente qui passa le ore a chiacchierare, a parlare di niente, intontita dal vino di palma e dalla micidiale grappa di anacardio». Lui invece è un uomo di poche parole e di pochi sorrisi, gli isolani lo hanno soprannominato “Il Vescovo”. «Ma non ho mai messo un piede in chiesa», precisa. «Nemmeno il giorno in cui mi sono sposato qui con una donna Bijagó». Non ha tempo per raccontare la sua storia, deve filare giù al porto per fumarsi la pipa in solitudine, «prima che arrivi la ressa».
«Rifiutano di modernizzarsi»
     A Bubaque, centro amministrativo dell’arcipelago, ogni settimana approda un traghetto che scarica qualche turista e schiere di giovani della capitale in cerca di fughe balneari.
Il venerdì sera l’intera popolazione dell’isola si raduna al porticciolo per non perdersi lo spettacolo dello sbarco, l’unico evento che rompe la monotonia di giornate sempre uguali. Ai pallidi visitatori occidentali − per lo più giovani con lo zaino e appassionati di pesca − gli albergatori offrono docce calde e vino portoghese ghiacciato. Alla sera i generatori a gasolio mettono in funzione una scalcinata discoteca afropop.
In alternativa c’è una stamberga che trasmette qualche partita di calcio e un cinema tirato su con quattro lamiere, che proietta filmacci nigeriani. «Servirebbe ben altro per far decollare l’industria del turismo», si lamenta l’impresario di un tour operator francese. «Le Bijagós sono l’ultimo vero paradiso dell’Africa, meriterebbero di essere valorizzate, e invece…». E invece i collegamenti tra le isole sono difficoltosi, la rete elettrica non
esiste, le comunicazioni telefoniche funzionano a singhiozzo, i villaggi sono infestati di zanzare, parassiti e pericolosi serpenti.
Tutto come secoli fa. «Il problema è che i Bijagós sono ancorati al passato, prigionieri di assurde superstizioni», sostiene l’agente turistico. «Rifiutano di modernizzarsi per paura di irritare gli spiriti degli antenati che governano il loro mondo animista. Ogni sforzo di cambiamento dall’esterno è destinato a fallire».
Le organizzazioni filantropiche occidentali che si sono avventurate
nell’arcipelago per “promuovere lo sviluppo” hanno collezionato una serie impressionante di insuccessi.
Dei loro pretenziosi progetti resta qualche cartello autocelebrativo accanto a edifici malridotti che avrebbero dovuto ospitare dispensari, scuole, cooperative di pesca, centri sociali, magazzini comunitari. «È tutta colpa vostra», sorride un pescatore di Soga, increspando il suo ventaglio di rughe. «Voi bianchi sbarcate qui
pieni di soldi e di idee strampalate. Volete insegnarci come dobbiamo vivere, in cosa dobbiamo credere… Ma le vostre parole sono destinate
a scivolare via con le marea». Il vecchio sale sulla sua piroga e prende il largo.
In una manciata di minuti è già all’orizzonte, un puntino nero in mezzo all’oceano. A sospingerlo sono forze invisibili e prodigiose. Come i venti, le correnti e gli spiriti che da sempre avvolgono e proteggono il paradiso Bijagós.




Il viaggio
PRIMA DI PARTIRE
È necessario il visto, che costa 50 euro e va richiesto al consolato (tel. 06 86322833). Obbligatoria la vaccinazione contro la febbre gialla, consigliata quelle contro l’epatite e il tifo, oltre alla profilassi antimalarica.
IL VOLO
La compagnia portoghese Tap vola a Bissau da Lisbona tre volte alla settimana con tariffe a partire da 800 euro circa. Air Sénégal vola da Parigi a Bissau via Dakar con tariffe a partire da 780 euro.
QUANDO
Il periodo migliore va da novembre a marzo, durante la stagione secca. I mesi più caldi sono aprile e maggio (32°-33°); da evitare la stagione delle piogge, da giugno a ottobre.
MUOVERSI
Piroghe e motoscafi raggiungono ogni giorno - compatibilmente con le condizioni del mare - l’isola di Bubaque da Bissau. Per un viaggio più sicuro bisogna attendere il venerdì, quando parte il traghetto diretto all’arcipelago e che ritorna in capitale la domenica.
VIAGGI ORGANIZZATI
Per un’avventura full immersion alle Bijagós segnaliamo la crociera a bordo dell’African Queen (www.africa-queen.com). Circa mille euro a settimana. Informazioni e prenotazioni tramite il tour operator African Explorer (Viale Cassiodoro 12, a Milano). Tel. 02 43319474; www.africanexplorer.com; info@africanexplorer.com
LEGGERE
Di Chiara Pussetti, Poetica delle emozioni. I Bijagó della Guinea Bissau, Laterza 2005, € 22,00. Da consultare le edizioni italiane della guide sull’Africa occidentale Lonely Planet (Edt Torino 2007) e Rough Guide (Vallardi 2005).


Guinea-Bissau
     La Guinea-Bissau è un piccolo Paese dell’Africa occidentale. Ex colonia portoghese, indipendente dal 1974, è abitato da circa un milione e mezzo di abitanti di varie etnie. La lingua ufficiale è il portoghese, ma si parla il creolo e, sulle isole, un idioma locale, il Bijagós. È il sesto Paese più povero al mondo; l’88% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. L’aspettativa di vita è pari a 46 anni, il tasso di mortalità infantile è dell’11%, un altro 10% non raggiunge i 5 anni di vita. Le poche risorse economiche sono legate alla pesca e all'agricoltura (in particolare riso e anacardi).


Un Paese in bilico
     Dopo mesi di disordini e violenze dovute alla morte del Presidente João Bernardo “Nino” Vieira e del generale Tagme na Waie, capo di stato maggiore delle Forze armate - uccisi entrambi da ignoti nel giro di poche ore il 2 marzo 2009 - la Guinea-Bissau sta vivendo una stagione difficile sotto la guida del Presidente Malam Bacai Sanha. Lo scorso 1 aprile un nuovo un conflitto interno – alimentato probabilmente da militari in combutta coi trafficanti di cocaina - ha sconvolto la fragile stabilità politica. A farne le spese è stato il primo ministro, Gomes Junior, prelevato a forza da un manipolo di soldati golpisti che lo hanno arrestato: l’ennesima pagina oscura nella storia di questo piccolo paese africano senza pace.



DIDASCALIE

I pescatori prendono il largo con le loro canoe intagliate nei tronchi degli alberi, sfruttando l’alternanza delle maree e delle correnti

Solo un quarto delle isole Bijagós è abitato. Nel 1996 l’Unesco ha inserito l’arcipelago tra le trecento Riserve della biosfera

Due volte al giorno, a orari che dipendono dalla luna, branchi enormi di pesce risalgono la corrente e si spingono fin sulle spiagge delle isole, in cerca di cibo, ritirandosi poi con la marea

I Bijagós hanno a disposizione un mare tra i più generosi del pianeta. Eppure nessuno di loro pesca per fini commerciali

Sulle isole Bijagós le donne ricoprono tradizionalmente un ruolo sociale ed economico prestigioso

Le Bijagós custodiscono luoghi di straordinaria bellezza, considerati sacri dalla popolazione locale che proibisce o limita la presenza umana

In occasione delle feste nei villaggi gli spiriti degli antenati si materializzano sotto forma di maschere di legno, impreziosite con corna di tori e pinne di squali

Tramonto sulla splendida e incontaminata Praia de Bruce, nell’isola di Bubaque. Le Bijagós sono un paradiso naturalistico protetto dall’Unesco. Ma gli occhi di molti impresari turistici sono puntati su queste isole da favola

Un tempo i navigatori europei descrivevano l’arcipelago come un «covo di feroci bucanieri». Oggi i Bijagós offrono generosa ospitalità ai visitatori

Una veduta del porto di Bubaque, principale cittadina dell’arcipelago, dove attraccano le piroghe che trasportano generi alimentari e rifornimenti di benzina. Qui arriva il traghetto settimanale che collega la popolazione delle isole alla capitale Bissau

Un giovane pescatore dell’isola di Canhabaque conduce la sua piroga in un dedalo di canali naturali fiancheggiati dalle tipiche mangrovie

In attesa del traghetto settimanale per il continente

Donne guineane nei pressi della capitale Bissau. Sulle isole Bijagós resiste una tradizione matriarcale in cui le donne ricoprono un ruolo sociale ed economico prestigioso



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