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BALLANDO CON LE STELLE DELLE TOWNSHIP

Lezioni di danza (e di vita) nei ghetti di Città del Capo


Da vent’anni la scuola Dance for All insegna i segreti del ballo a centinaia di giovani provenienti dai quartieri più poveri e malfamati del Sudafrica. Un’impresa sociale che sforna nuovi talenti


Cala il sipario e il teatro esplode in un fragoroso applauso. Un
sorriso scioglie la tensione sul volto pallido di Philip Boyd: «È andata», sospira.
Per tre ore è rimasto appollaiato nella cabina di regia, l’orecchio teso a captare gli umori del pubblico, lo sguardo ipnotizzato dai suoi allievi che sgambettavano sul palco dell’Artscape Opera House di Città del Capo.
Per l’occasione - il ventesimo compleanno di Dance for All - c’erano tutti: le bambine di Gugulethu vaporose nei loro tutù colorati, i nuovi studenti di Nyanga fasciati da body attillati, le ragazze di Khayelitsha sfavillanti nelle gonne di tulle, i veterani di Langa tronfi di orgoglio nei costumi confezionati per l’evento. Tutti ballerini neri provenienti dalle peggiori township.
«All’inizio mi tremavano le gambe», confessa Thandiwe Matini, 16
anni, occhi luminosi incorniciati da una cascata di capelli.
Questa piccola stella della danza spuntata tra le stamberghe di Manenberg a metà dello show si è esibita in un balletto swing, su musiche di Benny Goodman. «Mesi di prove per una manciata di minuti, ma ne valeva la pena: ci tenevo a fare bella figura». I suoi familiari, seduti in prima fila, non hanno smesso un attimo di scattare fotografie con i cellulari. Uno spettacolo nello spettacolo. Ma l’entusiasmo si avverte anche dietro le quinte, dove tra costumisti, truccatori e insegnanti, Philip dice: «Ero emozionato, è come se oggi avessi messo in scena vent’anni della mia vita».
Giù dal palco
     Philip Boyd, 55 anni, sudafricano bianco, è un ex ballerino di danza classica del Cape Town City Ballet. Dopo essersi esibito a lungo nei teatri più prestigiosi del mondo, nel 1991 decise di dedicarsi a una
nuova sfida: insegnare l’arte del ballo ai giovani meno fortunati del Sudafrica. «Amavo stare sul palcoscenico, ma sognavo un Paese migliore in cui vivere e volevo fare qualcosa per offrire una possibilità di futuro ai figli delle township». Così nasce la scuola Dance for All, che Boyd ha fondato con la moglie Phyllis Spira (una famosa étoile sudafricana, morta tre anni fa): corsi gratuiti di danza classica, moderna e tradizionale per i ragazzi più poveri della provincia, a cui offre lezioni giornaliere, trasporti e abbigliamento.
Il tutto grazie a qualche finanziamento pubblico e donazioni private. E con il lavoro di trenta persone (tra cui dieci insegnanti residenti nelle township) e moltissimi volontari di ogni nazionalità.
I corsi si tengono in varie zone di Città del Capo all’interno di
magazzini, scantinati, piccole palestre. Dove capita, dove serve.
«Perché ci piace scovare e lanciare nuovi talenti, ma ci preme
offrire un’opportunità ai giovani relegati ai margini della società», spiega Bruno Wani, istruttore di danza contemporanea di Dance for All.
Come Billy Elliot?
     Nella palazzina del quartiere di Athlone, per esempio. Ogni
pomeriggio si danza tra muri scrostati e finestre sprangate. Fuori, i clacson delle auto incolonnate nell’ora di punta, dentro la musica di Céline Dion diffusa da un misero impianto stereo: nell’ampio
salone all’ingresso, una dozzina di ragazze in costume stanno eseguendo esercizi alla sbarra sotto lo sguardo severo dell’insegnante, in un’altra stanza gli allievi del corso di danze africane volteggiano al ritmo frenetico dei tamburi, mentre un gruppo di bambine si sta cambiando nello sgabuzzino ingombro di scatole. E nell’auditorium al piano superiore, c’è la classe degli studenti senior, i ballerini con più esperienza, che sono impegnati a perfezionare una difficile coreografia su una partitura di Ciaikovskij: «Stiamo preparando il saggio di fine anno», racconta
Lwando Dutyulwa, 16 anni, in un momento di pausa. Lui è uno dei pochi ragazzi (meno di 40 su 400 allievi) di Dance for All: «Molti maschi dicono che la danza è una faccenda riservata alle donne. Io la penso diversamente e me ne infischio se mi prendono in giro. Sono venuto qui per curiosità. All’inizio provavo anche un po’ di vergogna. Ma quando ho imparato a lasciarmi andare, ho scoperto la gioia del movimento. E da quel
momento non mi sono più fermato». Sorride, e indica le scarpette, consumate. Un suo coetaneo, Samkelo Khuze, appoggiato al vecchio
pianoforte si asciuga il sudore: «La danza richiede sacrifici e io sono disposto a farli», dice. «Non so ancora se ho i numeri per diventare qualcuno, ma voglio provarci».
Come Billy Elliot, ha dovuto sfidare le resistenze delle famiglia: «C’è voluto del tempo, ma per fortuna i miei genitori hanno capito e ora mi incoraggiano. Da quando frequento la scuola, ho smesso di buttare via le giornate in strada, fumando o facendo danni. Non voglio più avere a che fare con le baby-gang, sto cercando di cambiare vita. E la danza mi aiuta a stare lontano dai guai».
Il richiamo della strada
     Lwando e Samkelo vengono da Nyanga, township a 25 chilometri dal centro città: baracche decrepite, vicoli melmosi e liquami
nauseabondi. Una palude sociale dove sprofondano ogni giorno più di
300mila persone. Perché, sedici anni dopo l’abolizione del regime segregazionista, la miseria affligge ancora quasi la metà della popolazione sudafricana. Una situazione esplosiva.
Con cinquanta delitti al giorno, il Sudafrica è il secondo Paese più pericoloso al mondo (dopo la Colombia). Il rischio di essere uccisi è 12 volte più alto che negli Stati Uniti e 50 volte più alto che
nell’Unione Europea. «Le condizioni di vita nelle township sono
inaccettabili, producono frustrazione, rabbia e violenza», riconosce
il fondatore di Dance for All, che ha provato sulla propria pelle l’effetto di questa situazione: cinque anni fa si è visto puntare addosso una pistola mentre riaccompagnava a casa alcuni allievi. Poco tempo dopo, sua moglie è stata accoltellata per strada. E non passa giorno senza che uno studente della scuola rimanga vittima di
minacce o abusi. «Molti bambini convivono con terribili situazioni
familiari», aggiunge Margie Sim, istruttrice di danza classica, impegnata da anni a reclutare nuovi allievi in quei labirinti di legno e lamiera dove per i bianchi è difficile anche soltanto entrare. «Spesso arrivano alla scuola affamati e malnutriti. Oppure malconci. La piaga dell’alcolismo alimenta le violenze nelle mura domestiche. Un paio di mie alunne, neppure quindicenni, hanno dovuto abbandonare le lezioni perché già incinte».
Sognando Broadway
     In vent’anni di attività, Dance for All ha coinvolto più di 1.500
studenti: alcuni si sono poi persi, tra criminalità e violenza, ma la bacheca della scuola è tappezzata di ritagli di giornale che
raccontano storie di successo. Come quelle di Theo Ndindwa e Nqaba Mafilika, diventati artisti di fama internazionale nei teatri di Londra e New York. La splendida Hope Nongqongqo, un prodigio della danza, è entrata nello staff della scuola. Qualche diplomato ha invece trovato lavoro come ballerino o coreografo nel mondo della televisione e dello spettacolo.
Altri sono stati ingaggiati da compagnie di professionisti. «Un giorno anch’io mi esibirò a Broadway», giura uno scricciolo di ballerina che fa parte dell’ultima nidiata di Dance for All. Si chiama Faith, Fede: un nome cucito nell’anima. Ha nemmeno dieci anni e una catapecchia per casa a Khayelitsha, la più malfamata delle
township di Cape Town.
Da poco ha cominciato a zampettare a suon di musica, ma già sogna di approdare in America. «Ce la farò, ce la farò», ripete come un mantra alla fine della lezione. Poi sguscia via dallo spogliatoio e corre a prendere il pulmino che la riporta al suo inferno quotidiano.


Questo reportage è stato pubblicato sull'inserto D de La Repubblica (n. 733 pagina 82, http://periodici.repubblica.it/d/).
Vi segnalo il servizio fotografico su Dance For All realizzato dall'amico Marco Garofalo (www.marcogarofalo.com).


DIDASCLAIE

Le prove per lo spettacolo che celebra i vent’anni di Dance for All

L’ex ballerino di danza classica Philip Boyd, 55 anni, fondatore e direttore di Dance for All, tra le suoe allieve

Dietro le quinte un’insegnante cerca di stemperare la tensione dei piccoli allievi in attesa di esibirsi sul palco

Pochi, pochissimi tra gli allievi della scuola riescono a trasformare la loro passione per la danza in un lavoro

Da vent’anni la scuola Dance for All insegna i segreti del ballo a centinaia di giovani provenienti dai quartieri più poveri e malfamati del Sudafrica. Un’impresa sociale che sforna nuovi talenti

La scuola di danza prova a offrire un futuro sulle punte a centinaia di ragazze e ragazzi.

«Per strada mi prendono in giro, dicono che la danza è roba da femmine. Ma non m’importa più, da quando ho scoperto la gioia del movimento». (Lwando, 16 anni, allievo)

«Sognavo un paese migliore in cui vivere, e volevo fare qualcosa di utile per i figli delle township». (Philip Boyd, ex ballerino, fondatore di Dance For All)

La scuola Dance for All è affiancata da una compagnia di ballerini professionisti che gira il mondo mettendo in scena spettacoli di successo

Alla scuola lavorano dieci insegnanti, residenti nelle township. Le spese di Dance for All sono sostenute con la realizzazione di spettacoli, ma anche grazie all’aiuto di sponsor e fondazioni

Esercitazioni all’aperto nel quartiere di Athlone. I giovani allievi di Dance for All frequentano i corsi di danza il pomeriggio, dopo le lezioni scolastiche

Danze tra le baracche di una township a Città del Capo. Da queste zone povere e degradate provengono i giovani allievi della scuola Dance for All

Una coreografia messa in scena in un teatro di Città del Capo dai giovani allievi di Dance for All



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