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SKATE UGANDA

Spericolate acrobazie di ragazzi in cerca di riscatto



I ragazzi di un povero quartiere di Kampala hanno costruito con le loro mani il primo skatepark dell’Africa orientale. Una pista dove potersi divertire. E inventarsi un futuro migliore

Neppure il temporale pomeridiano è riuscito a fermarli. Si sono ritrovati al solito orario armati di ramazze e stracci.
In dieci, coi piedi nudi nell’acqua, hanno prosciugato le pozzanghere e spazzato via il fango che aveva insudiciato la loro pista. Solo alla fine del lavoro, quando mancava ormai poco al tramonto, sono comparse le tavole con le rotelle. E, come ogni sera, è cominciato lo spettacolo: un susseguirsi sfrenato di salti ed evoluzioni acrobatiche che sfidano la legge di gravità, uno show mozzafiato che non ha eguali in nessun’altra città dell’Africa.
L’orgoglio di Jack
     «Benvenuto nella capitale africana dello skateboard», si vanta Jackson Mubiru, 28 anni, prima di lanciarsi giù per la rampa con la sua inseparabile tavola di legno.
«Kampala è l’unica metropoli a sud del Sahara che dispone di un vero skatepark». Anche in Sudafrica, certo, i giovani possono praticare questo sport in libertà. Ma solo nei quartieri più esclusivi abitati dalla minoranza bianca: i figli neri delle township non hanno mezzi e spazi per divertirsi. Qui è diverso. «Il nostro skatepark è molto più di un semplice spazio di svago», chiarisce il ragazzo. «È un prezioso luogo di aggregazione in un quartiere povero e disagiato:
l’unica alternativa ai marciapiedi e ai luoghi dello spaccio… Siamo orgogliosi di averlo costruito con le nostre mani».
Jack (così lo chiamano gli amici) è il direttore dell’Uganda Skateboard Union, un’associazione non profit, ufficialmente riconosciuta dalle autorità ugandesi, che da cinque anni opera in favore dei giovani di Kintale, popoloso sobborgo di Kampala. «Anch’io sono nato qui», racconta lui abbracciando con lo sguardo il groviglio di case coi mattoni crudi e i tetti in lamiera. «Al di là delle apparenze, non è un brutto posto dove crescere. Un tempo, certo, mancavano spazi adeguati dove praticare sport e trascorrere il tempo assieme agli amici. Ma oggi il vuoto è stato riempito da questa magica pista», e con un cenno indica il circuito di calcestruzzo rosso affollato di giovani che sfrecciano veloci con le loro tavole.
Impresa impossibile?
     L’idea di costruire uno skatepark all’equatore - l’unico nel raggio di cinquemila chilometri - gli è balenata nella testa una sera di cinque anni fa.
«Stavo guardando la televisione e a un certo punto vidi un servizio che mostrava dei ragazzi americani che facevano delle evoluzioni sugli skateboard. Non avevo mai visto nulla di simile. Quel modo così libero e spericolato di muoversi per la città era semplicemente sbalorditivo. «Perché non provare a importarlo in Uganda?», mi chiesi. «Il giorno dopo girai la domanda ad un amico, Shael Swart: fu contagiato dal mio entusiasmo. Assieme cominciammo a pensare a come concretizzare il nostro stravagante progetto qui, a Kampala».
La capitale dell’Uganda, un milione e mezzo di abitanti, si stende su sette colline, proprio come Roma, e può vantare innumerevoli saliscendi con pendenze mai troppo vertiginose: in teoria sarebbe un paradiso per gli appassionati della tavola a quattro ruote. Peccato che molte strade cittadine siano costellate di buche, pozze e rifiuti (leggi box…). E peccato che la congestione del traffico e la guida spericolata degli automobilisti locali rendano gli spostamenti con lo skateboard un’ipotesi di pura follia.
Senza paura
     Jackson e Shael pensarono di realizzare un luogo protetto dove poter “skettare” senza pericoli. Recintarono un fazzoletto di terra in mezzo al quartiere di Kintale. E progettarono di trasformare quel
prato dove razzolavano polli e brucavano capre in un’attrazione per i giovani. «Eravamo squattrinati - rammenta Jack - ma lavorammo sodo per raggranellare un po’ di soldi». Coi risparmi accumulati i due amici acquistarono i materiali per costruire la prima rampa. Un magazzino di Kampala sponsorizzò l’acquisto di due tavole. I loro amici facevano la fila per provare quegli stravaganti mezzi che saettavano nell’aria. Applausi e risate accompagnavano le maldestre
esibizioni dei temerari che sfidavano ruzzoloni e rovinose cadute. «All’inizio per proteggerci gomiti e ginocchia usavamo delle imbottiture artigianali realizzate con le foglie di banano», ricorda con un sorriso Douglus, veterano degli skater ugandesi. «Nessuno di noi aveva le scarpe adatte per praticare questo sport. Correvamo a piedi nudi sulle tavole, veloci e spericolati, infischiandocene dei pericoli: eravamo una manica di pazzi scatenati».
Un cantiere di giovani
     «Il successo dell’iniziativa fu totale e inaspettato», concorda Jack. «Attorno alla nostra rampa cominciarono a gravitare molti ragazzi del quartiere, affascinati dalla nuova disciplina». Ma lo
spazio era insufficiente e la pista andava necessariamente allargata. «Aspiravamo a costruire un vero circuito per la pratica dello skateboard. Volevamo fondare un’associazione che promovesse il progetto. Ed eravamo determinati a realizzare i nostri sogni».
Nell’estate del 2006 iniziarono i lavori dello skatepark. Decine di giovani volontari si misero d’impegno a spianare il terreno e a recuperare il materiale. Per settimane trasportarono senza sosta quintali di mattoni, sacchi di cemento, assi di legno e taniche
piene d’acqua. Alla vigilia di Natale i lavori erano terminati: i ragazzi di Kintale avevano costruito il primo skatepark di tutta l’Africa centrale e orientale. Una vasca con pareti ricurve, estesa su centoventisei metri quadri, attrezzata con rampe, muretti, piani sfalsati… tutto il necessario per inventarsi ogni genere di evoluzione. Un luogo destinato a diventare il centro gravitazione dei giovani del quartiere.
Palestra di vita
     «Ogni sera ci ritroviamo qui, dopo la scuola e il lavoro: è il momento più bello della giornata, l’occasione per stare insieme e praticare un po’ di sport», spiega un ragazzo intento ad allacciarsi il casco. Attraverso internet, l’associazione degli skater ugandesi ha potuto farsi conoscere anche all’estero (da visitare il blog ugandaskateboardunion.wordpress.com). Da ogni parte del mondo sono giunte tavole, scarpe e protezioni. Il materiale è stato distribuito con l’intento di coinvolgere nel progetto i giovani meno fortunati di Kintale.
Oggi attorno alla pista gravitano bambini orfani, adolescenti che hanno abbandonato la scuola, figli di famiglie povere, ragazzi e ragazze che non riescono a trovare lavoro. L’Uganda Skateboard Union organizza lezioni pratiche, gare, feste. Ma anche incontri di educazione civica, campagne di prevenzione sull’Aids, corsi di formazione professionale. «Sfruttiamo il potere aggregante dello skateboard per combattere l’ignoranza, le frustrazioni, l’apatia: tre piaghe che alimentano il disagio giovanile», chiarisce Jackson. «Fino a non molto tempo fa, i ragazzi del quartiere non sapevano come riempire il loro tempo libero. Stavano a bighellonare sulla strada. Rischiando di finire inghiottiti nel pericoloso giro delle bande giovanili. Oggi, grazie allo skatepark, possono tenersi alla larga da droga, criminalità e prostituzione». Hanno fatto tutto da soli. Con le loro mani, con il loro entusiasmo. Senza l’aiuto di cooperanti o missionari. Niente può fermarli.




L’associazione
     L’Uganda Skateboard Union combatte il disagio giovanile attraverso la promozione dello skateboard nelle aree più povere di Kampala. L’organizzazione, che coinvolge un centinaio di ragazzi ugandesi, ha in progetto di allargare lo skatepark del quartiere di Kintale e il numero di praticanti. Donazioni e sostegni possono essere inviati attraverso PayPpal: scrivere a skateboardugandadonate@yahoo.com. Informazioni: www.ugandaskateboardunion.org.


Pesca di strada
Una curiosa protesta a Kampala
     Praticare lo skateboard sulle strade di Kampala è un esercizio di pura follia. Colpa delle numerose buche e pozze d’acqua che crivellano l’asfalto, causando incidenti e congestione del traffico. Il prossimo 8 giugno centinaia di cittadini della capitale ugandese hanno annunciato una plateale manifestazione di protesta: scenderanno in strada per pescare nelle pozzanghere. I contestatori vogliono portare sotto i riflettori dei media l’incuria di una città ormai ribattezzata dagli stessi residenti «Kampothole» (pothole in inglese significa “buca”). Già l’anno scorso - in quella che è stata battezzata la “Giornata nazionale delle buche” - decine di cittadini si erano mobilitati, con canne e retini, per inscenare questa clamorosa iniziativa contro le autorità locali.



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