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UNA CHIESA NELL'OCEANO

Reportage dalle sperdute isole di São Tomé e Príncipe

Monsignor Manuel dos Santos vive su un arcipelago solitario in mezzo all’Atlantico. Dove guida una delle più piccole e antiche diocesi d'Africa… Una comunità di fedeli ferventi e imprevedibili.

Al porto di São Tomé è arrivato un carico di palloncini a forma di animali. Chiunque l'abbia ordinato ha un ottimo fiuto per gli affari. In un paio di giorni l'isola si è riempita di giraffe rosa, leoni maculati, delfini fucsia e zebre a pois. Per le strade svolazzano centinaia di bestie multicolori, attaccate con fili invisibili a bambini e adulti dall'aria raggiante. L'entusiasmo degli isolani per l'ultima novità giunta dalla Cina è incontenibile. Nella chiesa di Nossa Senhora da Conceição i gonfiabili fluttuano leggeri sopra le teste dei parrocchiani assiepati per la messa solenne.
UN MONDO A PARTE
     Sull'altare, il vescovo Manuel António Mendes dos Santos, 51 anni, sacerdote portoghese dallo sguardo bonario, non fa una piega e prosegue la liturgia con apparente noncuranza. Solo più tardi non riuscirà a celare il suo disappunto. «Roba da pazzi», sbotta mentre rincasa all'ora di cena. «I fedeli mescolano sacro e profano… Confondono la chiesa con il teatro, la religione con lo spettacolo… Mi chiedo che razza di cattolici stiamo allevando». Da cinque anni monsignor Dos Santos guida la Chiesa di São Tomé e Príncipe, tra le più piccole e antiche diocesi d'Africa, una comunità di 150mila credenti (il 75% della popolazione totale) sparsa su due isole vulcaniche che affiorano, solitarie, nelle acque dell'Atlantico a trecento chilometri dalla costa del Gabon. Il minuscolo arcipelago (solo mille chilometri quadrati: un terzo della Valle d'Aosta) fu scoperto per caso dai portoghesi nel 1470 sulla linea dell'Equatore. I primi marinai che vi sbarcarono trovarono spiagge e foreste completamente disabitate. All'interno i vulcani inattivi erano avvolti da una fitta vegetazione popolata solo da scimmie, serpenti e uccelli variopinti. Un paradiso incontaminato e ricco di risorse che attirò nuovi conquistadores. Il clima caldo e piovoso alimentava le zanzare malariche, ma al tempo stesso offriva la possibilità di avviare con successo l'agricoltura. I terreni fertili furono destinati alle colture della canna da zucchero, del caffè e del pepe.
LE OMBRE DELLA STORIA
     Nel 1822 venne introdotto anche il cacao, di cui São Tomé divenne ben presto il primo produttore al mondo (leggi Africa 2/2012). I portoghesi organizzarono l'attività agricola in decine di fattorie chiamate roças. Ventimila braccianti ridotti in schiavitù - strappati con la forza dai loro villaggi in Angola, Mozambico e Capo Verde - mandavano avanti le piantagioni assicurando ai loro padroni fortune immense. Per cinque secoli i governatori di Lisbona sfruttarono le ricchezze della terra e il lavoro degli schiavi. Le due sperdute isole africane, approdi strategici sulla rotta per l'America, furono trasformate in centri di raccolta e di smistamento per la tratta dei neri. I primi missionari giunti nel Cinquecento benedicevano con la Bibbia in mano le navi negriere destinate alla traversata atlantica, indifferenti al fatto che nelle loro stive venissero stipati come animali, migliaia di uomini, donne e bambini in catene. Il commercio di esseri umani terminò ufficialmente nel 1878, ma nelle piantagioni di São Tomé la schiavitù proseguì fino all'inizio del Novecento, quando la stampa anglosassone (non senza interessi di parte) denunciò le terribili condizioni di vita imposte dai portoghesi ai lavoratori del cacao. Lo scandalo obbligò i mercantili a spostare le loro rotte commerciali verso le grandi colonie britanniche in Africa occidentale. Per l'arcipelago di São Tomé e Príncipe iniziò un lento e inarrestabile declino.
VIVERE TRA LE ROVINE
     Oggi il cacao resta la principale voce dell'economia locale, ma le esportazioni sono ridotte al minimo. Gran parte delle piantagioni sono state abbandonate e inghiottite dalla foresta. Le sfarzose fattorie dell'epoca coloniale sono cadute in rovina. Restano in piedi brandelli di magazzini, mulini fuori uso, ville padronali sventrate dall'incuria. Per terra s’intravedono le rotaie arrugginite della ferrovia che portava i sacchi di cacao direttamente al mare. Il grande ospedale che curava i lavoratori della roça “Agostinho Neto” oggi ha il tetto sfondato, muri pericolanti e corridoi invasi dalle piante. Nelle stanze della roça “Diogo Vaz” razzolano le galline, mentre i vecchi alloggi per gli schiavi della roça “Água Izé” sono utilizzati per allevare capre a maiali. Centinaia di persone hanno trovato rifugio tra queste rovine. La gente sopravvive grazie alla generosità della natura. A portata di mano, in ogni stagione, ci sono frutti tropicali e pesci di dimensioni impressionanti. Gli uomini si arrampicano in cima alle palme per estrarre un succo biancastro che trasformano in vino. Le donne raccolgono sulla spiaggia noci di cocco e frutti di mare. Ci si arrangia per non soffrire la fame, giorno per giorno. Senza farsi illusioni di un futuro migliore.
IN CERCA DI UN FUTURO
     Benché vanti di essere tra le poche democrazie stabili dell'Africa, la Repubblica di São Tomé e Príncipe - indipendente dal 1975 - resta una delle nazioni più povere e indebitate al mondo. Nelle case manca l'acqua corrente e l'elettricità arriva a singhiozzo, le piogge torrenziali si portano via le strade, le vecchie fabbriche coloniali cadono a pezzi. L'unica industria funzionante è lo stabilimento della birra Rosema: 150 operai e quattromila bottiglie prodotte con malto importato dal Portogallo. Se l'economia è ferma, la disoccupazione galoppa. I conducenti dei tassì che ingolfano la minuscola capitale São Tomé restano ore a ciondolare in attesa di un cliente. «Manca il lavoro», osserva Isaura Carvalho, direttrice dell'Instituto de Formação João Paulo II, frequentato da 430 studenti e finanziato dalla diocesi. «Molti genitori non hanno i soldi per pagare gli studi… Noi li aiutiamo, sosteniamo la formazione dei loro figli. Ma la maggior parte dei giovani, come si presenta l'occasione, vola all'estero per cercarsi un futuro». Il Governo spera di sollevare l’economia col petrolio. L'arcipelago si trova nel Golfo di Guinea, al centro di una tra le più importanti aree petrolifere del mondo. Gli esperti stimano che nelle sue acque territoriali si trovino riserve di greggio sufficienti per almeno duecento anni, qualcosa come quattro miliardi di barili. Un mare di soldi che potrebbe sconvolgere la tranquillità delle due isole.
SUORE INFATICABILI
     La Chiesa cattolica (presente nell'arcipelago con trenta suore, cinque sacerdoti e una dozzina tra diaconi e fratelli) è attiva in molteplici opere sociali. Nella cittadina di Guadalupe un drappello di francescane gestisce un piccolo ambulatorio infermieristico. «La malaria e la dissenteria sono ancora le cause principali di mortalità infantile», spiega suor Rosa, portoghese. «Ma tra i giovani la nuova emergenza sanitaria è la diffusione dell'Aids». Al villaggio di pescatori di Neves, un grappolo di palafitte di legno e lamiere in riva la mare, troviamo un'altra religiosa portoghese, l'infaticabile irmã Lúcia. Da dodici anni manda avanti svariate attività missionarie. Un asilo, una scuola elementare, una falegnameria, laboratori di informatica e di sartoria. Senza dimenticare il centro di assistenza per gli anziani: una rarità a queste latitudini. «In effetti nell'Africa continentale i vecchi sono generalmente accuditi dai famigliari e vengono rispettati e onorati dalla comunità proprio in virtù della loro veneranda età», concorda suor Lúcia. «Qui è diverso: i figli non si prendono cura dei genitori. Li abbandonano senza remore coi loro problemi, condannandoli a una vita di stenti e di emarginazione sociale».
UNA BIMBA MIRACOLATA
     «A volte non esitano a rivolgere nei loro confronti accuse infamanti, additandoli come feiticeiros: malvagi stregoni», aggiunge con amarezza monsignor Dos Santos. «È una faccenda maledettamente seria, figlia di una società fortemente disgregata», continua a raccontare il vescovo di São Tomé. «Su queste isole la famiglia non è considerata un valore. E nemmeno la fedeltà. Gli uomini sposati vivono molteplici relazioni extraconiugali alla luce del sole, senza alcuna vergogna né rimorso di coscienza. La sessualità per loro non ha regole. Non implica alcuna relazione affettiva… I padri mettono al mondo figli senza curarsene». La Caritas locale - gestita dalla sorella del vescovo, Maria Paula, volontaria laica - ospita decine di bambini abbandonati. Alcuni hanno subito maltrattamenti e abusi, altri sono stati semplicemente ripudiati dai genitori. La piccola Eula, scricciolo di due anni affetta da autismo, vive in casa del vescovo. «L'abbiamo adottata quando aveva sette mesi», racconta l'alto prelato. «Era in condizioni disperate, pesava due chili e mezzo, sembrava condannata a morire. L'abbiamo nutrita e curata. Si è salvata per miracolo». Appena torna a casa, monsignor Dos Santos corre a salutare la bimba: la riempie di coccole, la imbocca all'ora di cena, le culla per addormentarla… come farebbe il più premuroso dei nonni con la propria nipotina.
IL DIARIO DEL VESCOVO
     A tarda sera il vescovo torna a lavorare nel suo ufficio. In silenzio prepara omelie e lezioni di catechismo, missive per le autorità locali e relazioni per la Santa Sede, richieste di sponsor per progetti sociali e commenti teologici per le trasmissioni settimanali a Radio Jubilar. Qualche volta trova il tempo e l'ispirazione per scrivere anche poesie e riflessioni da pubblicare sul suo blog personale (manuelantoniosantoscmf.wordpress.com): un diario per nulla segreto dove monsignor Dos Santos, approdato a São Tomé nel 1994 come missionario clarettiano, racconta la sua vita all'Equatore. «Non è facile - confessa il presule -. In apparenza la comunità cristiana qui è attiva e partecipe, le chiese sono gonfie di credenti, al punto che per seguire la messa è necessario portarsi da casa le sedie, che non bastano mai… In realtà molti cattolici vivono una fede devozionale fatta di invocazioni di miracoli, richieste di protezione contro il demonio, statue di Madonne idolatrate per i presunti poteri salvifici… Riti di divinazione e credenze che poco hanno a che fare con il messaggio di Gesù e molto con reminiscenze ancestrali, difficili da estirpare». «Siamo isolati dal resto del mondo: nelle mani di Dio», dice Delfina Pereira, una senhora di cinquant'anni, cattolica osservante, rosario sempre in mano, che ogni giorno va in chiesa ad accendere un cero alla statua della Madonna. Alla processione solenne di stasera non poteva mancare. La intravedo nelle prime file, appena dietro al crocifisso e alla mitra del vescovo. Alle loro spalle scorre il corteo di fedeli, un fiume di lumi tremolanti. Nell'aria ondeggiano centinaia di candele. E gli immancabili palloncini a forma di animali.



CROCEVIA DI CULTURE
     L'arcipelago di São Tomé e Príncipe è stato per lungo tempo un crocevia di popoli, lingue e tradizioni. Il Vangelo portato dai missionari si è impastato con le superstizioni dei marinai e coi riti provenienti dal cuore dell'Africa. La cultura europea ha incrociato il variegato patrimonio di conoscenze portato dagli schiavi. Nei secoli, quest'intensa mescolanza ha modellato la società creola e ha dato vita a sincretismi, specie in ambito religioso e spirituale.

DUE VOLONTARI ITALIANI
     Una coppia di italiani, Tiziano e Mari Pisoni, si è trasferita nell'arcipelago per gestire i progetti di sviluppo dell'organizzazione Nuova Frontiera/Alisei. In vent'anni di lavoro sulle isole, i coniugi Pisoni hanno organizzato corsi di formazione per i contadini, avviato il riciclaggio dei rifiuti, costruito latrine per frenare il colera, diffuso erogatori di profilattici anti-Aids. Adesso vorrebbero promuovere la gestione comunitaria di alcuni bungalow nella splendida Praia Jalé, una striscia di sabbia immacolata, frequentata stagionalmente solo dalle tartarughe giganti di mare che qui depositano le loro uova. «Il turismo - spiegano - potrebbe essere un volano per lo sviluppo locale». www.alisei.org



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