Marco Trovato
Reporter Indipendente


Reportages
  Asmara Express
Bambini Maledetti
Bare del Ghana
Bijagós
Boavista
Casamance
Credere a Kinshasa
Dogon
Eritrea libera
I segreti delle oasi
Il Paradiso della Corsa
Il genio del cioccolato
Islam Nero
La borsa di Nairobi
La città della musica
La diga di Bujagali
La guerra dei rifiuti
La guerra del biliardo
La leggenda del santo allenatore
La nuova Libia
Le isole del cacao
Liemba
Luanda, la rinascita
Magico Sudafrica
Missionari nel Sahara
Mogamma
Mozab
Muezzin del Cairo
Nel regno del Barotseland
Piccoli mendicanti di Allah
Pigmei
Radio Mali
Rasta d'Etiopia
Rose in Etiopia
Sahara algerino
Saharawi
Sapeurs
Shalom Uganda
Skate Uganda
Sudafrica, Dance For All
Touba
Tuareg
Un calcio ai pregiudizi
Una Chiesa nell’oceano
Valle dell'Omo
Viaggio nel Buio



NEL REGNO DEL BAROTSELAND


Reportage dalle pianure alluvionali dello Zambesi, tra sovrani e sudditi in cerca di riscatto


Alle estreme propaggini occidentali dello Zambia, nelle regioni dell’alto corso del fiume Zambesi, sopravvive l’antico regno del popolo Lozi… Che oggi vuole tornare ad essere indipendente

Mai presentarsi alla corte reale a mani vuote. «Commettereste una scortesia al limite dell'offesa» aveva avvertito l'entourage del Barotseland Royal Establishment. «Il protocollo va osservato con scrupolo per evitare incidenti diplomatici». Nel cuore dell'Africa australe sopravvive un regno, ignorato dalle carte geografiche moderne, dove il tempo sembra essersi fermato alla metà dell'Ottocento. All'epoca il celebre missionario-esploratore David Livingstone raccontava di viaggiare per queste lande sperdute "carico di vestiari e merci da offrire in regalo ai sovrani locali".

     Le usanze non sono granché cambiate. Per ringraziare dell'udienza concessa abbiamo portato al palazzo reale di Limulunga venticinque chili di zucchero e dodici litri di olio: non abbastanza per riuscire a incontrare sua maestà Lubosi Imwiko II, inavvicinabile sovrano del popolo lozi, ma sufficiente a farci ricevere dal Kuta, massima autorità politica tradizionale, l'assemblea dei dignitari della monarchia che ancora oggi amministra il potere nella regione dell'alto corso del fiume Zambesi. I membri del governo - eleganti nei loro completi occidentali impreziositi dai caratteristici copricapi rossi - hanno voluto discutere a lungo tra loro, a porte chiuse, prima di rispondere alle domande dei reporter stranieri.

     Forse non tutti erano d'accordo a rilasciare dichiarazioni su delicatissime questioni politiche. Ma alla fine ha prevalso la voglia di esternare la rabbia che cova in silenzio da troppo tempo. «Siamo stanchi di essere presi in giro dai politici di Lusaka», tuona il portavoce dei ministri, sguardo fiero, inglese fluente, inflessione della voce studiata per enfatizzare l'importanza del momento. «Per mezzo secolo ci hanno promesso autonomia e sviluppo. Parole al vento. In tutto questo tempo la nostra gente si è impoverita, le ricchezze dello Zambia sono finite altrove, nessuno ha voluto ascoltare le nostre rimostranze. Il territorio in cui viviamo - culla di una antica e nobile civiltà - è stato trascurato, sfruttato, ridotto alla più arretrata delle province. E' giunto il momento di dire basta. Il Barotseland tornerà a essere indipendente».

     Alle estreme propaggini occidentali dello Zambia soffia minaccioso il vento della secessione. I leader del popolo lozi vogliono ripristinare il loro regno che un tempo si estendeva nelle vaste pianure alluvionali dell'alto Zambesi. Per molti secoli queste fertili terre sono state governate dai loro capi supremi, i Litunga, sovrani valorosi capaci di sottomettere le tribù nemiche e respingere gli eserciti coloniali. Solo all'inizio del Novecento il Barotseland divenne un protettorato britannico. Poco dopo venne unito alla colonia inglese della Rhodesia del Nord. Oggi l'antico regno dei Lozi coincide la Western Province, un vasto territorio rurale poco popolato che lambisce i confini di Angola, Namibia e Repubblica Democratica del Congo.

     «E' il cuore caldo e umido dell'Africa» sorride Padre James Connolly, il volto imperlato dal sudore, vicario generale della diocesi di Mongu e profondo conoscitore della cultura locale. «I primi missionari giunsero nella regione alla fine del 1800 con l'obiettivo di convertire la popolazione al cristianesimo. Furono ben accolti. Ma non riuscirono a estirpare credenze e tradizioni tramandate da secoli». Ancora oggi la gente che abita queste polverose lande crede nelle divinità del pantheon animista, rende omaggio agli spiriti degli antenati, si sottopone a rituali di iniziazione. In caso di problemi o malattie si rivolge a stregoni e guaritori. Persino chi frequenta le chiese cristiane non rinuncia alle credenze ancestrali. «Il sincretismo è molto diffuso, il Barotseland resta un'area di prima evangelizzazione», conferma Alfred Awogya, giovane ghaneano, missionario dei Padri Bianchi impegnato nella parrocchia di Namushakende. «C'è molto da fare. A cominciare dal lavoro pastorale.

     Il problema sono le distanze enormi e la mancanza di strade. E' un'impresa riuscire a far visita alle sparute comunità dei fedeli».
Nella diocesi di Mongu operano una sessantina di religiosi (metà sono preti diocesani, il resto suore e missionari). I circa 65mila cattolici (il 7% della popolazione totale) sono sparpagliati in centinaia di piccoli villaggi su un territorio vasto quanto l'Italia settentrionale. «A volte passano molti mesi prima di riuscire a vedere un solo sacerdote», si lamenta Innocent Licando, catechista in un grappolo di capanne sperduto nella piana dello Zambesi. E' il custode di una cappella in legno e fango che ogni domenica accoglie una ventina di credenti. «Ci ritroviamo per leggere e commentare assieme dei brani della Bibbia. Cantiamo e preghiamo. In attesa di un prete che possa celebrare la messa e i sacramenti».

     La carenza di personale religioso ha spinto le autorità ecclesiastiche a puntare sui laici. In ogni villaggio i fedeli eleggono il responsabile della comunità incaricato di animare la dottrina cattolica. «Faccio del mio meglio per ravvivare la nostra comunità», racconta madame Mubita, donna-catechista nel villaggio di Mujumbana. «Ma non è facile: la gente è attratta dai chiassosi sermoni dei predicatori evangelici e pentecostali, che si autoproclamano profeti di Cristo e che promettono ogni genere di miracolo». Dalla chiesetta cattolica rispondono a suon di musica. Il coro parrocchiale accompagnato da un gruppo di infervorati strumentisti (tamburi, xilofono in legno e un gigantesco contrabbasso tradizionale) improvvisa un concerto che attrae drappelli di fedeli dai campi circostanti.

     «Quando c'è la messa suoniamo la campana», spiega un giovane indicando un cerchione arrugginito appeso ad un ramo. Alla domenica la comunità si raduna all'ombra di un'acacia per ascoltare una radio gracchiante che diffonde a tutto volume la liturgia festiva trasmessa da Radio Liseli. «Siamo l'unica voce che riesce a raggiungere i villaggi più isolati», si inorgoglisce Elvis Milambo, caporedattore della popolare emittente cattolica. «Trasmettiamo in un raggio di 150 chilometri - racconta nel suo studio di Mongu - Diciotto ore al giorno di notiziari, dibattiti, riflessioni e approfondimenti sui temi della religione. Ma anche programmi musicali, scolastici, di educazione civica e sanitaria. Il tutto al servizio della popolazione. E di sperdute missioni che altrimenti sarebbero tagliate fuori dal mondo».

     I primi missionari cattolici a installarsi nella regione furono all'inizio del Novecento i frati cappuccini. Costruirono chiese, scuole, pozzi, dispensari e infrastrutture che funzionano ancora oggi. Nei pressi del villaggio di Chinyingi c'è un grandioso ponte pedonale sullo Zambesi costruito negli anni Settanta grazie alla caparbietà di un cappuccino di origini abruzzesi, Fra Crispino Valeri. Prima di allora decine di persone erano affogate in quella zona nel tentativo di attraversare il fiume. All'indomani dell'ennesima disgrazia - l'affondamento di una zattera costato la vita a cinque persone - quel missionario dalla lunga barba bianca fece un voto: avrebbe realizzato con le sue mani una passerella sospesa nel vuoto, per scongiurare altre tragedie. «Non aveva alcuna competenza di progettazione», racconta un confratello. «Ma si mise d'impegno a studiare un manuale di ingegneria e con l'aiuto di cinque manovali recuperò travi di legno e cavi di metallo da una vecchia miniera. In cinque anni di lavoro portarono a termine questa grandiosa opera». Da allora questo ponte lungo trecento metri - superbo monumento alla tenacia dei missionari - ha salvato centinaia di vite umane. «Ancora oggi sembra restare sospeso nel vuoto per volere di Dio».

     Più a valle il fiume diventa irrequieto: incontra scogli di roccia, gorgoglia tra mille cateratte, schiuma in un dedalo di rapide, prima di rovesciarsi nelle maestose Victoria Falls (conosciute dalla popolazione locale come Mosi-oa-Tunya, "il fumo che tuona"). Ma nello Barotseland lo Zambesi sembra un innocuo serpente che striscia indolente per centinaia di chilometri alla ricerca della sua strada. Le sue acque verdi scorrono lente e pacifiche accarezzando ampie praterie in cui scorazzano mandrie di buoi sfiancate dal caldo e solitari pastori alla vana ricerca di un po' di ombra. «Un tempo questa regione era piena di alberi, ma la popolazione ha disboscato il territorio per procurarsi carbone e legna da ardere», spiega Francesca Gambone, volontaria del Celim, un'organizzazione non governativa di ispirazione cristiana. «Siamo impegnati in progetti di tutela ambientale e sviluppo economico. Promuoviamo la riforestazione con la messa a dimora di 45mila piante coltivate in vivai, produciamo dei saponi ottenuti con oli naturali, realizziamo e diffondiamo dei particolari forni che limitano l'uso della legna. La difesa dell'ambiente è una priorità assoluta».

     A guardarsi attorno, il paesaggio non promette nulla di buono. Decenni d'incuria hanno accatastato sul terreno cumuli di sporcizia e rifiuti plastici. Alte colonne di fumo s'innalzano sopra i fuochi che bruciano la savana arroventata dal sole. La sabbia del Kalahari, il grande deserto del vicino Botswana, avanza implacabile trasportata dal vento. L'aria è un alito rovente che toglie il respiro. «Siamo fortunati: la stagione delle piogge è in ritardo», sorride sister Kasumi, comboniana di origini peruviane che si è offerta di accompagnarci a Kalabo, la più sperduta delle missioni cattoliche. La suora ha lo sguardo concentrato sul nastro di polvere bianca, fine come borotalco, che minaccia di inghiottire il nostro fuoristrada. «Presto sarà impossibile percorrere questa pista e le consorelle di Kalabo resteranno isolate per molti mesi». Gli operai cinesi che stanno costruendo la nuova strada di asfalto non faranno in tempo a terminare il lavori. Con l'arrivo dei temporali lo Zambesi diventerà scuro e limaccioso e si gonfierà fino a rompere gli argini.

     Le sue acque si riverseranno nella piana alluvionale. Inghiottiranno pascoli, colture e villaggi. Si porteranno via ponti, granai e capanne di paglia. Costringeranno migliaia di persone a ripararsi sulle alture. «Le inondazioni aggraveranno i problemi sanitari», avverte suor Ruth Tuitoek, infermiera comboniana impegnata nell'ospedale governativo di Kalabo. «Qui la gente muore di malaria, infezioni respiratorie, dissenteria. L'Aids è una piaga devastante. Mancano dottori e medicine... E quando resteremo isolati in mezzo all'acqua, tutto diventerà dannatamente più difficile». Il fiume arriverà a lambire la missione di Kalabo. «Saremo assediate da serpenti e coccodrilli», sospira suor Daria Gabardi, 75 anni, lombarda, in Zambia dal 1980. «Dovremo muoverci con le canoe e attendere fiduciose la fine delle piogge, in primavera, quando lo Zambesi tornerà a ritirarsi lasciando dietro di sé un'immensa palude fangosa».

     Nel Barotseland l'avvicendarsi delle stagioni - devastanti alluvioni seguite da lunghi periodi di siccità - è scandito dalla cerimonia del Kuomboka (letteralmente "andare verso terreni asciutti"), un rituale solenne celebrato ogni primavera al culmine della piena dello Zambesi. In quei giorni il Litunga abbandona il palazzo reale di Lealui minacciato dalle acque e si trasferisce a Limulunga, una località ben protetta dalle inondazioni. L’intera corte trasloca salendo a bordo di una maestosa canoa, una sorta di arca dipinta a strisce bianche e nere, guidata da un centinaio di rematori. Al centro dell'imbarcazione svetta un enorme elefante nero, emblema della corte reale, mentre a prua una brace produce una densa scia di fumo (segnala al popolo la buona salute del sovrano). Nell'antichità l'annuale esodo dallo Zambesi ha permesso di preservare i tesori della monarchia. Oggi il Kuomboka celebra l'orgoglio inossidabile dal popolo lozi che resiste al passare del tempo. L'anno scorso ha fatto molto clamore la decisione del Litunga di annullare all'ultimo momento la suggestiva cerimonia: una scelta che ha provocato danni all'industria turistica e che molti hanno interpretato come un affronto polemico e rancoroso al governo.

     Il motivo delle tensioni è ben noto: la mancata attuazione del Barotseland Agreement, il trattato stipulato nel 1964 tra il Litunga e l'allora presidente zambiano Kenneth Kaunda, che concedeva ai regnanti del Barotseland un'ampia autonomia amministrativa e giuridica nonché la libertà nella gestione delle risorse naturali e nella distribuzione della terra. «Nessuno dei governanti che si sono succeduti a Lusaka ha mai rispettato quell'accordo. Anche l'attuale presidente Micheal Sata - salito al potere nel settembre del 2011 - ha rinnegato le promesse fatte durante la campagna elettorale». La pazienza dei Lozi sembra essere terminata. Lo scorso marzo il Barotseland National Council, organizzazione politica che sostiene di difendere i diritti delle comunità locali, si è pronunciato per la secessione e ha chiesto formalmente alle Nazioni Unite di «garantire l'autodeterminazione del popolo Lozi e facilitare il processo di separazione del futuro Stato». A spingere per la secessione sono soprattutto i giovani lozi - disoccupati e rancorosi - confluiti in movimenti più o meno radicali: il Barotseland Patriotic Front (messo al bando nel 1999), il Barotse Freedom Movement, il Linyungandambo, il Movement for the Restoration of Barotseland... L'ultimo gruppo nato nella galassia separatista, il Barotseland Liberation Army, afferma di aver già arruolato «tremila patrioti pronti a impugnare le armi per conquistare la libertà» e minaccia «azioni militari contro l'occupazione straniera».

     Nessuno crede davvero che possa scoppiare la guerra. I secessionisti possiedono vecchi fucili, lance, coltelli e maceti. Non avrebbero alcuna chance di successo. Eppure la questione del Barotseland resta una spina nel fianco del governo dello Zambia. «Le autorità temono emulazioni separatiste tra le 72 diverse etnie che compongono questo stato-mosaico», ragiona un diplomatico europeo di stanza a Lusaka. «Gli indipendentisti sono convinti che sotto il territorio del Barotseland si celino diamanti e petrolio: un tesoro che non vogliono spartire con nessuno». Lo Zambia, considerato per lungo tempo un'isola di pace e stabilità, potrebbe affondare nel mare di crisi e conflitti africani che lo circondano? Il clima a Mongu, l'antica capitale del regno divenuta capoluogo della Provincia Occidentale, si è avvelenato. «La città è piena di spie governative e agenti di polizia in borghese - assicura un giovane tassista - Le autorità hanno mandato i loro reparti speciali antisommossa. Sono ben mimetizzati. Pronti a intervenire in caso di necessità». Già nel gennaio del 2011 scoppiarono tumulti e violenze. L'esercito usò la mano pesante per spegnere i focolai della rivolta. Il bilancio degli scontri fu pesante: due manifestanti uccisi, decine di feriti, numerosi attivisti incarcerati. Più di recente dodici militanti lozi sono stati arrestati per aver bruciato in segno di protesta delle copie della Costituzione dello Zambia. Poco dopo nelle strade del Barotseland sono comparsi volantini e manifesti che invitano la popolazione a non pagare le tasse adottando forme di resistenza passiva "contro il governo che finora non ha costruito né strade, né scuole, né ospedali".

     «Molta gente si sente abbandonata dalle istituzioni», dice un missionario che preferisce mantenere l'anonimato. La Conferenza Episcopale ha usato parole chiare a favore del dialogo, auspicando una rapida soluzione della crisi. I vescovi non si sono schierati politicamente. «Una scelta condivisibile», riflette il missionario. «Il nostro primo compito resta quello di tenere viva la fiamma della speranza attraverso la fede e la nostra solidarietà alla popolazione, specie la più povera ed emarginata». Le suore comboniane hanno deciso di concentrarsi sull'aiuto alle donne. «Sono la spina dorsale della società. Eppure sono vittime di maltrattamenti, abusi sessuali, pregiudizi, discriminazioni», riferisce Suor Flor de Maria. «Non è raro che le ragazze siano ripudiate dalle famiglie o costrette a lasciare la scuola a causa di gravidanze precoci». Le missionarie offrono corsi di alfabetizzazione, atelier professionali, supporto psicologico, consulenze di economia famigliare. E una formidabile attività di microcredito che finanzia i progetti imprenditoriali al femminile. Come quelli di Lungowe Mwanza, che ha aperto un salone di bellezza o di Grace Namunji, che ora gestisce un piccola drogheria. Erano due donne bisognose di aiuto. Ora sorridono, orgogliose, nelle loro stamberghe che hanno saputo trasformare in piccole regge. Sono loro le vere regine del Barotseland.



Tutti i diritti sono riservati.
E' vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi e delle immagini, senza l'autorizzazione scritta dell'autore.
E-mail: info@reportafrica.it.
Realizzato da www.kridea.com.
Elenco Totale Articoli

Warning: getenv() has been disabled for security reasons in /var/www/www.reportafrica.it/reportages.php on line 144